Visualizzazione post con etichetta economia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta economia. Mostra tutti i post

giovedì 12 febbraio 2015

TSIPRAS ALLA GERMANIA: “I CREDITORI SIAMO NOI”

 “CI DOVETE 162 MILIARDI DI EURO”


di Salvatore Cannavò
il Fato Quotidiano 10 febbraio 2015



La richiesta di risarcimento per i danni di guerra, fatta da Alexis Tsipras alla Germania, può sembrare una battuta. Ma questa battuta è presente nel programma di Syriza fin dalla sua elaborazione a Salonicco nel settembre scorso. E vale circa 160 miliardi. Non è uno scherzo, insomma, se è vero che ieri il vice-cancelliere tedesco, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, ha voluto rispondere con nettezza alle pretese greche: non se ne parla nemmeno.
La storia è vecchia quanto la Seconda guerra mondiale. La Grecia fu invasa dalla Germania nazista, che oltre alle morti e ai saccheggi, si fece “prestare” 3,5 miliardi di dollari dell’epoca che non sono mai stati rimborsati. Alla Conferenza di Parigi del 1946 fu inoltre previsto un indennizzo nei confronti di Atene di 7 miliardi di dollari. Entrambe le somme non sono mai state pagate dai governi tedeschi. Attualizzando queste cifre si arriva alla cifra di 162 miliardi di euro indicata da Syriza. Senza contare gli interessi.
Secondo uno studio del Comitato per l’annullamento del debito (Cadtm) se si calcolasse un interesse annuo del 3% si arriverebbe alla cifra enorme di mille miliardi di euro. Cifre stratosferiche che non sembrano rientrare nelle reali intenzioni del governo greco. Nei giorni scorsi, infatti, una speciale commissione presieduta dall’ex direttore generale del Tesoro, Panagiotis Karakousis, ha indicato il debito tedesco nei confronti della Grecia in 11 miliardi di euro. La cifra non contempla la voce riguardante le riparazioni per i danni subiti durante l’occupazione tedesca dal 1941 al 1944 che invece fa parte del conteggio
Per comprendere il contenzioso, però, occorre approfondire due altre vicende: la Conferenza di Londra del 1953, con la quale sono stati annullati gran parte dei debiti di guerra della Germania e il trattato di riunificazione della Germania del 1990 siglato a Mosca.
Nel primo grande appuntamento internazionale dopo la Seconda guerra mondiale, gli alleati occidentali (Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Belgio, Olanda e molti altri) decisero quello che oggi è impedito alla Grecia: una riduzione del 62,5% del debito tedesco.
Questo ammontava a 22,6 miliardi di marchi per la parte anteriore alla guerra e a 16,2 miliardi cumulato dopo la Seconda guerra mondiale. Fu ridotto a 14,5 miliardi e alla Germania furono garantiti altri benefici importanti: il rimborso in marchi, un tetto al rimborso annuo fissato al 5% dei redditi provenienti dalle esportazioni, un tasso di interesse oscillante tra lo zero e il 5%. Anche grazie a queste condizioni la Germania uscì dalla sconfitta disastrosa e divenne la potenza che è.
In quella conferenza, all’articolo 5 dell’accordo, si stabilì peraltro che “l’esame dei crediti scaturiti dalla Seconda mondiale dei Paesi in guerra con la Germania oppure occupati (…) saranno differiti fino al regolamento definitivo del problema delle Riparazioni”. Un rinvio sine die che impedì che la Grecia potesse beneficiare del rimborso dovuto.
Il sine die si è prolungato fino al 1990 quando si è verificata l’unificazione delle due Germanie e la vera fine geopolitica del periodo post-bellico. Il Trattato di Mosca del 1990, il cosiddetto trattato 4+2 (siglato dalla Repubblica federale e dalla Repubblica democratica di Germania insieme a Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Unione sovietica) non fa però alcuna menzione dei debiti di guerra e del capitolo delle Riparazioni. Ed è proprio su questo appiglio giuridico che si lega la posizione tedesca: non essendo menzionato il problema, si intende risolto. L’interpretazione è riportata nelle note all’accordo redatte dall’allora direttore degli affari politici del ministero degli Esteri francese, Bertrand Dufourcq: “Il trattato di Mosca non contiene tutte le clausole di un trattato di pace (…) in particolare non menziona il problema delle riparazioni”. Tuttavia, sottolinea ancora il diplomatico francese, il documento contiene “aspetti essenziali di un trattato di pace” ed è proprio “per il suo non-detto che mette davvero fine al periodo aperto nel 1945”.
Il contenzioso è molto raffinato e probabilmente non se ne farà nulla. Ma Atene ha deciso di tirare fuori la vicenda per avere più armi nella difficile trattativa con l’Europa. Il rapporto Karakousis, infatti, sarà girato al ministro degli Esteri il quale dovrà inviarlo all’Avvocatura di Stato. Inoltre, dovrebbe essere insediata una apposita commissione per consigliare il governo sulla strada da seguire. Per il momento, a giudicare dalle reazioni tedesche, la mossa di Tsipras ha ottenuto l’effetto di innervosire Berlino. E forse anche questo autorizza Tsipras alla dichiarazione fatta ieri dopo l’incontro con il collega austriaco: “È nell’interesse di tutti trovare una soluzione favorevole a tutti”, ha detto in previsione dell’incontro di domani a Bruxelles dei ministri dell’Eurozona: “Ecco perché sono molto ottimista. Finora non abbiamo sentito nessuna alternativa praticabile rispetto a quella che noi abbiamo proposto. Non vi è ragione per non raggiungere un accordo, a parte motivi politici”.





domenica 23 dicembre 2012

DA PORTABANDIERA DELL'INNOVAZIONE A RETROGIUARDIA DEL CONSERVATORISMO: STORIA DI UN MARCHIO




L'altro giorno è venuta a trovarmi una signora, mi doveva portare un testo da impaginare. Benestante, aspirante scrittrice, aveva l'aria e gli atteggiamenti di un'intellettuale di successo. Quando ha tirato fuori la chiavetta con il file da visionare ha insistito dicendomi che otre al file di word c'era un “pdf per macintosh” perché lei lavora solo con macinstosh ecc. ecc. Eravamo davanti a un iMac 24'' ma non lo ha riconosciuto, pensava fosse un monitor, ma non è questo il punto. Ho fatto fatica a spiegarle che non esistono “pdf per macintosh” e probabilmente non l'ho convinta ma il colmo è stato quando con meraviglia realizzò che il mio cellulare non era un iphone! sembrava quasi scandalizzata, ha voluto farmi una dimostrazione di quanto bello fosse il suo appena comprato, pratico, comodo, moderno, un gioiello...
Lavoro nel settore della stampa digitale da decenni ormai, il mio primo mac l'ho comprato nel lontano 1994, era un Power mac 7100 con 256 mb di memoria e 1 disco rigido da 1 giga, per le esigenze di allora andava più che bene, anche se per stampare una pagina A3 da Pagemaker impiegava un quarto d'ora... Le alternative pc-windows erano quasi inesistenti, ma per motivi di compatibilità si era obbligati ad avere almeno uno. Da allora ho cambiato in media un macintosh ogni due anni, cercando di essere aggiornato, anche se l'entusiasmo dei primi anni piano piano si è spento.
Spiego subito il perché: una volta i prodotti Apple erano veramente innovativi, originali e user friendly, oggi sono più che altro il risultato di una operazione di marketing, inutilmente costosi, pensati come gadget e non come strumenti, il loro contenuto tecnologico è ostico e controverso, rivolti ad utilizzatori superficiali, gente che non guarda le caratteristiche ma bada solo all'estetica, all'idea di far vedere che si può permettere “la mela”. Un finto elitismo di massa che ha fatto bene alle casse di mamma Apple ma ha involgarito il marchio.
Certo in passato le avvisaglie ci sono state, ma allora non avevano la testa per notarle.
Per esempio negli anni novanta era famosa l'ostinazione di proporre modelli con il mouse con un solo tasto. Mi ricordo ancora l'espressione di un venditore mac - tanti anni fa - quando affermava che tanto il tasto destro del mouse non serve, si può ottenere lo stesso effetto premendo contemporaneamente il tasto CTRL, che in fondo l'essenzialità era la filosofia e il look dei macinstosh...
Sempre a metà degli anni novanta all'improvviso i dischi interni dei nuovi mac da SCSI sono diventati IDE, meno costosi, come quelli dei pc... Tutta la letteratura pro-mac si è messa a teorizzare che in fondo non vuol dire niente, che quello che conta è la serietà del costruttore ecc.
Fino al 2004 poi l'Apple si ostinava a proporre i suoi modelli senza una porta USB 2, tutti i G4 powerpc prima dell'avvento dei modelli Intel avevano sia firewire che l'USB 1.1, quindi con le chiavette il trasferimento dei dati si fa alla velocità di una lumaca (più di un'ora per spostare 2 giga).
Una nota caratteristica di tutti i computer macinstosh è quella di non avere il foro di espulsione forzata del CD/DVD, ancora oggi i forum sono pieni di gente con il lettore cd bloccato che terrorizzata chiede cosa deve fare (e spesso la risposta è “rivolgersi all'assistenza”...)
Certo quest'ultimo problema adesso è stato risolto visto che la Apple ha deciso di togliere i lettori ottici dai suoi nuovi modelli (tutti) perché tanto non serve. Per lettore ottico non intendo certo il blu ray che è stato bandito e denigrato dalla casa di Cupertino sin dalla nascita. Ovviamente chi vorrà un lettore ottico esterno targato Apple dovrà sborsare 70 euro, quindi i nuovi modelli costeranno di più.
Gli anni sono passati e stavo pensando di sostituire il mio iMac 24'' che ha ormai più di tre anni. Mi sono collegato con il sito di Apple e cercavo di farmi un'idea: il modello che più si avvicina è l'iMac 27'', bel computer nulla da ridire, ma che costa 1900 euro! (ed è senza lettore ottico). Poi andando a cercare possibili limitazioni, constato che – come tutti gli iMac- non può essere utilizzato come monitor esterno, neanche attraverso la porta HDMI (che non ha). In uscita poi attraverso la porta DVI si prede l'audio. Con 600 euro di meno si può prendere un Lenovo che sembra identico ma in più ha un decoder HD TV e un lettore/masterizzatore blu ray e porta HDMI sia in entrata ed in uscita (per correttezza bisogna dire che il monitor incorporato del Lenovo ha una risoluzione di 1920x1080).
Parliamo dell'iPhone:
Quest'estate mi sono trovato in un posto isolato in montagna con della gente, abbiamo fatto delle foto con i telefonini e volevamo scambiarle. Il possessore di un samsung mi ha detto di inoltrarle via bluetooth, cosa che ho fatto. L'altro nostro interlocutore stava smadonnando, ce l'aveva con la copertura, perché vodafone in montagna non prendeva e cose del genere. Essendo il suo un iPhone, sprovvisto del collegamento (in realtà bloccato per questo tipo di utilizzi) bluetooth senza internet non riusciva a scaricare oppure mandare delle foto. Tornando in città mi sono messo a cercare i punti deboli dell'iPhone, e sono tanti:
- Prima di tutto il prezzo è ingiustificato
- non usa bluetooth per collegarsi con altri tel/computer (se non con jailbreak che invalida la garanzia) si comunica quindi solo attraverso internet-wifi, in pratica solo a pagamento
- non visualizza contenuti in flash
- a differenza di tutti i principali modelli concorrenti, non supporta la NFC (Near Field Communication), un protocollo per lo scambio di dati fra terminali diversi in maniera rapida e veloce, oppure per praticare pagamenti in locali pubblici, molto usato all'estero.
- tutte le le app e i contenuti multimediali passano attraverso iTunes – uno dei peggiori programmi di tutti i tempi, che tra le altre cose non legge i file AVI-DivX direttamente (devono essere convertiti). La strategia di Apple è quella di spingere il pubblico a comprare musica e film da iTunes, e non certo facilitare la lettura dei vari tipi di file scaricati magari da emule. Hanno quindi fatto un lettore multimediale che legge solo quello che vuole lui e l'utente si deve adeguare applaudendo e sentendosi pure fiero.
- Non si può sostituire la batteria, quindi non puoi avere una di supporto...
per l' iPad valgono le stesse osservazioni aggiungendo un'altra:
- non ha una porta USB!!!



ppc, power pc, mac, apple, iPhone, iMac, iPad, SCSI, IDE, bluetooth, blu ray, Lenovo

domenica 2 dicembre 2012

Sanità: gli inconfessabili progetti del prof. Monti





Roma, 27 nov. 2012(Adnkronos Salute) - "La sostenibilità del nostro Sistema sanitario nazionale, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantita se non si individuano nuove modalità di finanziamento". Lo dice Mario Monti intervenendo in collegamento a Palermo."Andiamo fieri del nostro Servizio sanitario nazionale, il ministro Balduzzi lavora incisivamente per migliorarlo ulteriormente. In futuro la sostenibiltà dei sistemi sanitari potrebbe non essere garantita se non si individuano nei prossimi due anni nuove modalità di finanziamento e di organizzazione dei servizi e delle prestazioni"

Roma, 28 nov. 2012 “Affermare la necessità di rendere il servizio sanitario pienamente sostenibile non ha nulla, proprio nulla a che vedere con la logica della privatizzazione” ha precisato il presidente del Consiglio...

Possibile che il professore si sia espresso male, che i giornalisti abbiano frainteso le sue affermazioni? Non pare credibile, il suo parziale dietrofront è dovuto a ragioni mediatiche, da “tecnico” è obbligato a tenere i toni bassi, ma la logica e le linee guida che vengono seguite dal suo governo sono proprio quelle: smantellare la sanità pubblica. Non a caso il mese scorso sul Corriere della sera era apparso un articolo di un autorevole consulente del governo, Francesco Giavazzi che sosteneva che non siamo più in condizioni di garantire l'assistenza sanitaria a tutti, e che bisogna limitarla ai più poveri, facendo pagare direttamente le prestazioni al ceto medio. Cosa dire poi della proposta del ministro della Salute Renato Balduzzi a proposito della “franchigia” per far pagare ai cittadini le spese sanitarie.
Come osserva Roberto Pizzuti nel suo articolo “L'antieuropeismo dei tagli alla sanità” (il manifesto 29 novembre 2012) “... Sia nella previdenza che nella sanità l’agenda Monti vuole non aggiungere nuove prestazioni private a quelle pubbliche, ma sostituire le prime alle seconde che, a tal fine, vengono consistentemente indebolite e rese inadeguate alle necessità. In entrambi i casi l’effetto sarà che i bisogni di sicurezza previdenziale e sanitaria saranno soddisfatti utilizzando lo strumento di mercato che è indiscutibilmente più costoso, meno efficace e meno equo poiché discrimina in funzione del reddito l’accesso a servizi di natura primaria. Naturalmente, qualcuno ci guadagnerà e per riuscirci cercherà di coinvolgere chi potrà essere utile a raggiungere quel risultato, ma il Paese nel suo insieme ci rimetterà”.
Infatti quando Monti parla di “fonti di finanziamenti alternativi” per sollevare le sorti della sanità si riferisce alla assicurazioni private, che sono il cardine del sistema sanitario americano. Un sistema che non funziona, che è costosissimo, per niente efficace, profondamente discriminatorio ed ingiusto. Non dimentichiamo che negli Stati Uniti ci sono 50 milioni di persone che non sono coperte da alcun tipo di assistenza. Non a caso la presidenza Obama ha voluto intervenire per modificare questa situazione insostenibile. Ma la scelta del governo Monti è una scelta ideologica: segue la logica del neoliberismo, dell'individualismo sfrenato, del primato del mercato sulla società.
Tornerò sull'argomento.

Per approfondire:

Sei malato? Ti tirano le pietre di Furio Colombo Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2012
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/29/sei-malato-ti-tirano-pietre/430706/

La ricetta americana di Monti di Felice Piersanti, da il manifesto, 29 novembre 2013
http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-ricetta-americana-di-monti/

L'antieuropeismo dei tagli alla sanità di Felice Roberto Pizzuti - il manifesto 29 novembre 2012
http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.it/2012/11/lantieuropeismo-dei-tagli-alla-sanita.html

Sanità: l'insostenibilità di Monti - Maura Cossutta – Altrenotizie (30 Novembre 2012)
http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o36561:e1

giovedì 6 ottobre 2011

COME GUIDARE IL DEFAULT ITALIANO


di GUIDO VIALE

Il fallimento di uno Stato (il cosiddetto default) non è un evento puntuale ma un processo. L'evento puntuale è la dichiarazione con cui lo Stato comunica che non intende più o non è più in grado di pagare alcuni dei suoi debiti: cioè di rimborsare alla loro scadenza i titoli (bond) che ha emesso. L'evento può assumere varie forme: se la cosa avviene "inaspettatamente" può gettare nel caos il paese debitore, ma anche alcuni dei paesi creditori (quelli le cui banche o i cui risparmiatori hanno accumulato quei bond) e, poi, il resto del mondo; o quasi.

Oggi la cosa sembra impensabile; ma abbiamo di fronte anni di turbolenza finanziaria che renderanno sempre più difficile prepararsi a eventi del genere.

Oppure può assumere forme "pilotate", con accordi che ripartiscano gli oneri del default tra debitore e creditore, cercando di contenere i danni; può avvenire in forma parziale, attraverso la promessa di rimborsare solo una parte del valore nominale dei bond; o in forma "selettiva", differenziando l'entità del rimborso a seconda della tipologia dei creditori (garantendo un rimborso maggiore ai piccoli risparmiatori, uno minore ai grandi investitori nazionali e uno ancora inferiore o nullo a quelli esteri). Oppure può avvenire sterilizzando il debito, il cui valore nominale resta inalterato, ma il cui rimborso viene procrastinato nel tempo.

Scelte del genere non comporterebbero necessariamente "l'uscita dall'euro" degli Stati insolventi: non ci sono "procedure per farlo" - e non è una cosa semplice - e scatenerebbero una fuga dall'euro di tutti gli Stati a rischio; cioè la dissoluzione della moneta unica, gettando l'Europa in un caos anche peggiore. Inoltre, non è detto che il ritorno a una moneta nazionale comporti, per lo Stato in default, un recupero di competitività con una svalutazione e il ritorno a una bilancia dei pagamenti in equilibrio. Se il tessuto produttivo non c'è, o è inadeguato, la svalutazione non basta per togliere quote di mercato ai più forti in campo tecnologico e amministrativo: soprattutto in un mercato in contrazione, come sarà quello europeo, e mondiale, nei prossimi anni.

In ogni caso, di fronte a una stretta del credito (credit crunch) potrebbero svolgere un ruolo decisivo la creazione e la moltiplicazione di "monete" a base locale emesse, in circuiti ristretti, su basi fiduciarie. È un tema che meriterebbe maggiore attenzione. Le conseguenze delle alternative qui prospettate non sono ovviamente le stesse; ma in tutti i casi il default non è una passeggiata: una notevole contrazione della circolazione monetaria, della produzione, dell'occupazione legata alle attività in essere, dei redditi e del potere di acquisto è inevitabile, come lo sono una fuga di capitali - se le reti per intercettarli non sono adeguate - un blocco degli investimenti esteri e privati e l'impossibilità, per diversi anni, di ricorrere a nuove emissioni (cioè di fare altri debiti). Ma, a ben vedere, questi non sono che in minima parte "effetti" dell'evento default, bensì i fenomeni che lo precedono e lo preparano: sono il default come processo. Quello che stiamo vivendo.

Prendiamo il caso della Grecia. È palesemente in default da oltre un anno: da quando Papandreou ha preso atto delle condizioni in cui era stato lasciato il bilancio dello Stato. Non avrà più, per decenni, la possibilità di ripagare il suo debito, ma nemmeno di far fronte agli interessi per rinnovarlo alle scadenze. Le politiche imposte dalla "troika" dell'Unione europea (Commissione, Bce, Fmi) ne strangolano l'economia rendendo irreversibile la corsa al default. Tuttavia solo da qualche settimana alcuni economisti mainstream cominciano a dirlo e qualche politico o banchiere a prospettarlo. Gli speculatori invece lo sanno da tempo (stanno acquistando bond greci a un terzo del loro valore nominale, perché, quando il default sarà dichiarato, la Bce glieli ricomprerà al doppio). Ma allora, perché la troika non impone subito alla Grecia un default pilotato? Perché nel frattempo, con la scusa di evitarlo, la depreda; cioè, la fa depredare dalla finanza internazionale che è il suo mandante: stipendi, occupazione, pensioni, sanità, scuole, servizi pubblici, spiagge, isole, porti, tutto viene messo in vendita - a prezzi di saldo, per costituire il "tesoretto" da devolvere ai creditori; e per cedere alla finanza internazionale i beni comuni del paese. Questo è il default come processo.

E l'Italia? Siamo sulla stessa strada, a una tappa di poco precedente: ma anche il processo del nostro default è in pieno corso. Le imposizioni della Bce all'Italia sono state dettagliate nella lettera "segreta" di Trichet e Draghi, che contiene un vero e proprio programma di governo; il che manda all'aria le lamentele di coloro che attribuiscono la crisi in corso alla mancanza di un vero governo dell'Unione europea: quel governo invece c'è, eccome! Solo che non fa quello che chi ne denuncia la mancanza vorrebbe che facesse. Anzi, fa l'esatto opposto; e non per insipienza, ma per corrispondere agli interessi di chi manovra i cosiddetti mercati; che poi mercati non sono, bensì potere di vita e di morte sull'intero pianeta. Il programma di governo di Draghi e Trichet è uguale a quello che sta accompagnando la Grecia al default: privatizzazione dei servizi pubblici e dei beni comuni, taglio delle pensioni, degli stipendi e dell'occupazione nel pubblico impiego (scuola e sanità al primo posto); abolizione dei contratti, libertà di licenziare; azzeramento del deficit a suon di tasse sui meno abbienti.

Ha quel programma la minima possibilità di rimettere in sesto l'economia italiana? Di rilanciare la crescita (parola magica e assolutamente vuota in nome della quale si giustifica ogni assalto alle condizioni di vita di intere nazioni)? Dimenticando tra l'altro che la crescita (del Pil) si sta dileguando in tutta Europa e segna il passo, o sta per farlo, anche nei principali paesi "emergenti", cui era affidata la speranza di un traino dell'economia mondiale fuori dalle secche della crisi. E dimenticando, soprattutto, che un nesso tra la crisi economica e l'impossibilità di una crescita illimitata in un pianeta finito ci deve pur essere (ma si contano sulle dita di una mano, anche tra gli economisti non mainstream, quelli che se ne ricordano). L'economia italiana, quand'anche raggiungesse il pareggio di bilancio con le manovre decise e quelle ancora da fare (cosa improbabile), avrebbe pur sempre 70 miliardi di interessi da sborsare ogni anno (il 5 per cento del Pil); in più, per rispettare il patto euro-plus, dovrebbe recuperare ogni anno il 5 per cento del 40 per cento del suo debito (40 miliardi circa: un altro 3 per cento di Pil): una cura da cavallo a cui anche un tessuto produttivo come quello italiano - che pure ha potenzialità maggiori di quello greco - non potrà che soccombere. In un mondo percorso da continue turbolenze finanziarie e da una crescita evanescente, l'economia italiana non potrà mai raggiungere performances sufficienti a centrare obiettivi del genere. Il default come processo è quindi in corso. Certo la situazione potrebbe cambiare se cambiassero le regole di governance dell'euro. Se la Bce emettesse gli eurobond (ma forse non basterebbe); se potesse creare moneta come fanno le vere banche centrali; se l'Unione europea adottasse politiche fiscali comuni a tutti gli Stati; se si varasse subito una consistente Tobin tax; se... Ma non sta succedendo nulla di tutto ciò; e niente lascia pensare che succeda. A meno che...

A meno che gli Stati messi alle corde - come hanno fatto banche e assicurazioni nel 2008 - non prendano atto che il coltello dalla parte del manico ce l'hanno i debitori e non i creditori, perché sono too big to fail, mettendo in campo la vera alternativa del momento: quella tra il default come processo e il default come evento, fatto compiuto. Allora sì che l'Europa correrebbe ai ripari! Certo ad adottare una politica del genere non sarà l'attuale governo, né quello che si sta allenando a bordo campo con la benedizione di Confindustria: quella che ha coccolato per diciassette anni Berlusconi dimostrando - tra l'altro - di essere un allenatore da strapazzo. Questa alternativa è un varco obbligato per chiunque accetti di dare voce alle forze, sempre più ampie, sempre meno disperse, sempre più transnazionali, che ieri dicevano «la vostra crisi non la paghiamo» e che oggi hanno tradotto questo comune sentire in un obiettivo preciso: «il debito non si paga!» Certo un obiettivo del genere non basta: ci vogliono anche non grandi opere per rilanciare la crescita, come è nella proposta degli eurobond e negli sproloqui di Confindustria, bensì programmi di conversione ecologica: promozione delle energie rinnovabili, efficienza energetica, agricoltura e mobilità sostenibili, riciclo totale nella gestione di risorse e rifiuti, manutenzione del territorio e rinaturalizzazione di quello non costruito, accoglienza e istruzione per tutti e tutte le età, ricerca mirata alla conversione; e poi, reperimento delle risorse "mettendo le mani nelle tasche" di quegli italiani che Berlusconi e Tremonti hanno protetto per anni; e azzerando gradualmente produzioni e opere inutili o dannose. Ma se non si affronta in modo radicale il nodo del debito, la politica scompare (anzi, non ricompare più) perché vuol dire che si accetta come fatto compiuto il trasferimento della sovranità dal popolo ai "mercati".

Guido Viale
Fonte: www.ilmanifesto.it
5.10.2011


http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20111005/manip2pg/15/manip2pz/311090/
http://www.comedonchisciotte.org/site//modules.php?name=News&file=article&sid=9093


martedì 20 settembre 2011

La bandiera a mezz'asta



La notizia è di dieci giorni fa ma ha il suo interesse: Guenther Oettinger (politico tedesco della CDU), commissario UE all'energia in un'intervista al quotidiano “Bild” ha ripreso la proposta di mettere a mezz'asta le bandiere dei paesi indebitati negli edifici pubblici dell'Unione Europea“per avere un effetto dissuasivo” a suo dire.
La proposta può sembrare una battuta, ma deve far pensare. I tecnocrati delle istituzioni europee ci vedono – noi, cittadini dei paesi indebitati – come bambini discoli che devono essere educati a comportarsi bene. La colpa per l'indebitamento è della gente, non dei governanti, e la bandiera a mezz'asta dovrebbe ricordare alla gente che passa che la pacchia è finita, adesso si devono preparare ad accettare altri, nuovi e interminabili sacrifici, la Grecia insegna...

Ma tornerò sull'argomento...


martedì 23 agosto 2011

Il Piano europeo non ridurrà il debito greco


di Peter Allen, Barry Eichengreen e Gary Evans 
articolo apparso il 5 agosto 2011 su
http://www.bloomberg.com/news/2011-08-05/europe-s-plan-won-t-cut-greek-debt-allen-eichengreen-and-evans.html


Gli analisti che si sono occupati del vertice dell'Unione europea del mese scorso hanno cercato di trovare il motivo per il quale il piano di salvataggio del debito greco sembra non sia riuscito a risollevare la fiducia degli investitori.  Sono state avanzate molte ipotesi: l'incapacità di comunicazione in modo chiaro, la complessità del progetto, la mancanza di coordinamento con il Fondo Monetario Internazionale.
C'è una spiegazione più semplice: l'accordo per la  riduzione del debito è fallito perché non riduce il debito.
La Grecia d'altronde ottiene una riduzione dei tassi di interesse e un allungamento della scadenza del  suo prestito dal Fondo Europeo per la Stabilità Finanziaria. Ma il prestito è stato supervalutato, e il paese dovrà  pagare l'addizionale debito ufficiale.
Il governo di Atene ottiene anche un programma di riacquisto di bond da 20 miliardi di euro (28,7 miliardi dollari), finanziato dalla EFSF. Ma ancora una volta, il paese dovrà rimborsare i fondi utilizzati per finanziare il riacquisto, e in più un 3,5 per cento di interessi.
Tutto questo è un aiuto modesto perché il governo greco deve pagare più del 3,5 per cento per autofinanziarsi sul  mercato. Se non altro  il contribuente europeo ha fatto qualcosa per ridurre l'asfissiante carico del debito della Grecia.
Ma il "contributo" che devono dare le banche è una storia diversa. Ci viene detto che le istituzioni finanziarie che detengono titoli di stato greci dovranno cancellare parte del debito. Ci è stato detto dalla lobby dei banchieri, l'Institute of International Finance, che la riduzione dell'attuale valore netto dei loro titoli è del 21 per cento.

Nessun “Haircut”
Questa percentuale non ha nulla a che fare con l'entità della riduzione del debito della Grecia. Quello che alcuni analisti hanno erroneamente chiamato un "haircut" è semplicemente lo sconto relativo al valore nominale con il quale le bond options saranno scambiate sul mercato secondario, ipotizzando un rendimento dei titoli greci  del 9 per cento.
Per misurare correttamente il servizio e la riduzione del debito, questi valori devono essere confrontati con il tasso di interesse medio del 5,02 per cento con il quale la Grecia paga attualmente le sue obbligazioni. Quando viene preso in considerazione questo valore, anche la tanto decantata riduzione del 20 per cento sul discount bond option è molto più bassa sul valore base attuale, perché il tasso d'interesse nominale dei nuovi bond è più alto rispetto a quello dei vecchi.
La discount bond option a 30 anni, che dovrebbe scambiate il nuovo debito con le obbligazioni esistenti all' 80 per cento del valore nominale, per esempio, ha un tasso d'interesse nominale iniziale del 6 per cento, che sale al al 6,5 per cento il quinto anno e al 6,8 per cento dal 10mo al 30mo anno. La Grecia realizza solo 22 punti base di risparmio sugli interesse per i  primi cinque anni e avrà un risparmio di interessi annui negativo per i successivi 25 anni.

Piccoli Sconti
Anche tenendo conto che la Grecia ripagherà solo l'80 per cento del capitale originario alla fine del 30mo anno, il valore attuale del debito scende solo dell' 1,78 per cento in questa opzione. Questo valore è molto lontano dalla riduzione del 20 per cento che molti analisti si sono affrettati di applaudire...
Nella tabella allegata usiamo le ipotesi dell'  Institute of International Finance  per mostrare come questa operazione influenzerà le finanze della Grecia.


L'accordo contribuisce ad estendere la scadenza dei titoli greci. Quando però arriverà alla sua conclusione, il valore attuale del debito diminuisce solo del 6,78 per cento, o di 9,15 mld €, anche se si accetta l'ipotesi -sicuramente troppo ottimistica- di una partecipazione del 90 per cento dei possessori di obbligazioni. Questa è una proposta costosa, dato che la Grecia dovrà acquistare 42 mld  € di zero-coupon bonds per collateralizzare i pagamenti di capitale obbligazionario. 

Un accordo ingiusto
Questo è un accordo ingiusto prima di tutto per la Grecia. Ed è anche un cattivo accordo per l'area dell'euro, i cui leader ancora una volta non sono riusciti a contenere la crisi. Ed è un cattivo accordo per il contribuente europeo, il quale dovrà sopportare tutti i sacrifici, mentre le banche non ne faranno alcuno.
Perché sono andate così male le cose?
Una risposta è che nessuno dei partecipanti - l'Unione europea, i leader francesi e tedeschi, l'Institute of International Finance – sapesse che cosa stava facendo. Una riduzione del 21 per cento del valore attuale netto suona impressionante, ma non ha alcuna attinenza con  l'importo che questo scambio toglierà dal debito della Grecia. Nessuno ha calcolato il fatto gli zero-coupon bonds a 30 anni sono molto più costosi oggi che i tassi si interesse sono bassi, rispetto a  20 anni fa, ai tempi del Piano Brady. Nessuno ha capito che la conversione del debito in realtà ha portato ad un aumento dei  pagamenti di interessi annui per la Grecia, se si calcola il costo del debito per comprare il capitale obbligazionario collaterale.

Un colpo a chi presta
Può risultare difficile credere che degli esperti possano essere così male informati. L'unica altra spiegazione è che il solo scopo dell'esercitazione è stato quello di indurre in errore. Le banche possono sostenere di aver subito un altro colpo. I parlamentari tedeschi possono dire che il settore privato è stato costretto a "partecipare" al salvataggio della Grecia, mentre in realtà, anche con l'allungamento delle scadenze prenderanno una grandissima parte degli interessi originali.
Questo accordo dovrebbe essere stralciato.  Al suo posto, l'UE dovrebbe creare una vera conversione del debito con veri “haircuts” per le banche ed una significativa riduzione del debito della Grecia.
La buona notizia è che ci sarà l'occasione per cambiare rotta. Il debito della Grecia è ancora insostenibile, e dovrà essere ristrutturato ancora.


(Barry Eichengreen è professore di economia e scienze politiche presso la University of California, Berkeley. Peter Allen e Gary Evans sono economisti che hanno lavorato sulle ristrutturazioni del Piano Brady del debito emergente negli anni 1990 e servito come consulenti finanziari per il governo della Polonia.)


Peter Allen, Barry Eichengreen, Gary Evans, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale, Grecia, EFSF, Institute of International Finance, University of California, Piano Brady

domenica 14 agosto 2011

“La gente chiede rigore”, parola di Tremonti



La maxi manovra del Governo è stata presentata due giorni prima di ferragosto. Un Tremonti indeciso e un Berlusconi sicuro di sé (complice la sua nuova chioma dipinta/incollata ancora più folta) hanno elencato un insieme di misure populiste e reazionarie: con la scusa della crisi e delle richieste dei partner europei intendono smantellare diritti fondamentali, svendere il patrimonio pubblico, tagliare, spremere, tassare, sfinire chi non può difendersi, i meno privileggiati. Per non parlare della fissa dell'abolizione della contrattazione collettiva, oppure dell'idea di cambiare la Costituzione per non permettere la spesa in deficit.
Non sono state toccate le pensioni e non sono stati ridotti gli stipendi nel pubblico impiego, “per ora”, ma i dipendenti delle amministrazioni pubbliche che non rispettano gli obiettivi di riduzione della spesa potrebbero perdere il pagamento della tredicesima mensilità. Cioè se sbaglia chi dirige le conseguenze le pagheranno i sottoposti. Un modo per abituarsi all'idea che di stipendio si prenderà sempre di meno.
Una semplice domanda: queste misure porteranno ad una nuova crescita? Non vedo come. Ma non sono state pensate per tale scopo, il progetto dei nostri governanti, come del resto del trio Trichet-Merkel-Sarkosy è quello di imporre pesanti riforme neoliberiste in tutto in continente, creando una società autoritaria, paternalistica, classista, sul modello ungherese per intenderci.
Le richieste dei nostri partner europei sono sempre le stesse: riduzione della spesa pubblica, taglio degli stipendi, “riforma” delle pensioni, libertà di licenziare per le imprese, aumento dell’IVA, smantellamento dello stato sociale,   liberalizzazioni, privatizzazioni, riforme strutturali e istituzionali “necessarie” (ma non si dice esattamente quali), svendita del patrimonio pubblico, incentivare il settore pubblico a scapito di quello privato. Quest'ultima è una grande contraddizione, perché in Italia e non solo, molte imprese private importanti sono gestite in modo pessimo. Difficile sostenere che la Parmalat, per fare un esempio, sia stata gestita in modo razionale, e le Ferrovie tedesche oppure quelle francesi (che sono pubbliche) invece no.
Bisognerebbe poi cercare di capire che cosa sia in realtà il modello di governo dell'Unione europea: distinti statisti che promuovono la democrazia e il benessere dei cittadini europei oppure  l'espressione politica degli interessi delle banche e dei settori industriali e finanziari dei due paesi leader, che senza nessun controllo democratico e partecipativo impone politiche suicide e riforme coatte al resto dei Paesi membri che diventano de facto Paesi a sovranità limitata.


Tremonti, Berlusconi, Trichet, Merkel, Sarkosy, Parmalat

domenica 29 agosto 2010

Tremonti e le sue esternazioni: adesso tocca alla legge 626

L'altro giorno il ministro Tremonti, intervenendo al "Berghem fest" (la festa leghista passata alla cronaca a causa dei disordini che hanno provocato dei tifosi dell'Atalanta) parlando cioè davanti ad un pubblico tutto "suo" si è scagliato conto la legge 626: "Dobbiamo rinunciare ad una quantità di regole inutili, siamo in un mondo dove tutto è vietato tranne quello che è concesso dallo Stato, dobbiamo cambiare", e poi: "robe come la 626 (la legge sulla sicurezza sul lavoro) sono un lusso che non possiamo permetterci. Sono l'Unione europea e l'Italia che si devono adeguare al mondo".
Il giorno dopo la sua portavoce, Emanuela Bravi, ha cercato di mitigare le cose precisando che: "... Parlando ieri della legge 626, Tremonti tra le regole eccessive si riferiva all'Europa, alla giurisdizione europea e alla sua estensione eccessiva rispetto all'obiettivo sulla sicurezza del lavoro, che resta invece essenziale".
Quello stesso giorno Tremonti ha voluto intervenire di nuovo facendo praticamente marcia indietro:
(ANSA) - ROMA, 26 AGO Il ministro dell'Economia definisce 'eccessiva' la polemica seguita ad una sua affermazione sulla legge 626, che riguarda la sicurezza sul lavoro. 'Cinque parole cinque dette alle undici di sera' minimizza. 'La sicurezza sul lavoro e' una irrinunciabile conquista della civiltà occidentale. L'eccesso occhiuto di burocrazia e' un derivato della stupidita'.
In tutti questi anni il ministro Tremonti si è costruito l'immagine di un politico abbastanza svincolato dai ferrei obblighi di obbedienza berlusconiana, ed suoi modi pacati hanno aiutato al consolidamento di questa immagine. Ma non deve stupire questa sua presa di posizione, che rispecchia fedelmente la mentalità del suo partito e della linea di azione del governo. Già a giugno Berlusconi affermava di voler riformare l'articolo 41 della Costituzione perché la costituzione cattocomunista frena le imprese, e sono innumerevoli le volte che esponenti del governo hanno dichiarato di voler cambiare o abolire leggi e disposizioni che riguardano il mondo del lavoro, la sicurezza, ecc. La linea guida del centrodestra in materia di politica economica è proprio questa: liberismo populista, allergia alle regole (meno lacci e laccioli), antieuropeismo, condonni edilizi e fiscali, "pietre tombali", meno tasse per i ricchi, privatizzazioni selvagge, far west nelle relazioni sindacali, nella sanità, nel settore pubblico ecc, altro che economia sociale di mercato.
Tremonti non aveva bevuto quella sera, semplicemente si è lasciato andare dicendo in pubblico le cose che di solito si dicono quando si trova tra amici. La materia "sicurezza sul lavoro" è un tema caldo che riguarda da vicino la realtà italiana, visto l'alto numero di incidenti sul lavoro rispetto agli altri paesi europei. Affrontarlo in modo così superficiale non può che creare preoccupazione... e indignazione!

Tremonti, Berghem fest, legge 626, Emanuela Bravi, liberismo, sicurezza sul lavoro

sabato 12 giugno 2010

Miracolo italiano: il 46,9 % delle pensioni non supera i 550 euro al mese

Leggo su La Repubblica di ieri (http://www.repubblica.it/economia/2010/06/11/news/pensioni_istat-4754438/):
... Il 45,9% dei pensionati vive con meno di 550 euro al mese, cioè quasi uno su due. Mentre un altro 26% non raggiunge i mille euro che sommato al primo gruppo arriva a 71,9%. Un ulteriore 13,4 per cento di pensioni vigenti al 31 dicembre 2008 presenta importi compresi tra 1.000 e 1.500 euro mensili e il restante 14,7% del totale ha importi mensili superiori a 1.500 euro. E' quanto emerge dal rapporto su 'trattamenti pensionistici e beneficiari' elaborato dall'Istat in collaborazione con l'Inps.. Nel 2008 il numero dei titolari di prestazioni pensionistiche è di quasi 16,8 milioni... "
Quindi, se la matematica non è un opinione, esistono 7,71 milioni di persone in Italia che vivono con meno di 550 euro al mese. E sono persone anziane o quasi, magari con una serie di disagi da affrontare. Queste persone possono permettersi di spendere meno di 18 euro al giorno per soddisfare tutti i loro bisogni: un probabile affitto, spese per la casa, per mangiare, vestirsi, informarsi, spostarsi, per tutto insomma.  

Su il Giornale di oggi ("Pensioni più alte al Centro, in coda il Sud" 12 giugno 2010) ho trovato un commento curioso:
...«Purtroppo i nostri pensionati ricevono assegni molto modesti, ma in compenso il nostro Paese ha una spesa complessiva per la previdenza che è la più alta d’Europa - commenta il segretario della Cgia di Mestre (associazione piccoli artigiani) Giuseppe Bortolussi -. Indubbiamente c’è qualcosa che non va. In passato abbiamo usato la previdenza come un vero ammortizzatore sociale, togliendo risorse importanti per l’esclusione sociale, la disoccupazione e la famiglia. In pratica, nel nostro Paese, con la spesa per la protezione sociale totale pari a 100, il 60,7 va in pensione contro una media Ue-15 pari a 45,7»...
Tra le righe viene suggerito che una tale disparità debba essere ridotta in qualche maniera. Abbassiamo le pensioni di un 20% suggerirei io, soprattutto quelle più basse. Tanto sono animali, continueranno a votare per voi, come hanno sempre fatto.

venerdì 11 giugno 2010

Le morti bianche ignorate dal Governo - Tremonti cancella pure l’ISPESL

Le morti bianche ignorate dal Governo Tremonti cancella pure l’ISPESLL'Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro (ISPESL ) è stato inspiegabilmente inserito dalla manovra finanziaria nell'elenco delle strutture da chiudere, perché considerato dal Governo un "ente inutile".
Si tratta invece di un importante organo tecnico-scientifico del Servizio Sanitario Nazionale, che si occupa di ricerca, sperimentazione, controllo, consulenza, assistenza, alta formazione, informazione e documentazione in materia di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, di sicurezza sul lavoro nonché di promozione e tutela della salute negli ambienti di vita e di lavoro. 
Si avvalgono di questo istituto, che ha come obiettivo principale quello di offrire massime garanzie in materia di prevenzione dagli infortuni, sicurezza sul lavoro, tutela della salute a tutti i lavoratori, non solo gli organi centrali dello Stato preposti ai settori della salute, dell'ambiente, del lavoro e della produzione, ma anche le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.
Attraverso un comunicato stampa, l'ISPESL ha risposto affermando di non essere un ente inutile, ma "indispensabile per la sicurezza e la salute dei lavoratori italiani. Con il provvedimento del Governo si chiude l’unico ente di ricerca del Paese".
Sentirlo definire un ente inutile è un'offesa per tutti i lavoratori, oltreché priva di fondamento. Infatti, nel suo trentennale lavoro quotidiano, attraverso l’impegno e il sacrificio di ingegneri, medici, chimici, fisici e biologi, pur nella scarsità di mezzi, ha garantito un apporto insostituibile di conoscenze, esperienze e formazione al sistema produttivo del nostro Paese nel delicato settore della tutela della salute e sicurezza dei lavoratori; ha fornito un patrimonio per l’Italia apprezzato e riconosciuto non solo in ambito scientifico nazionale e internazionale, ma da tutte le organizzazioni datoriali e sindacali.
Se gli infortuni mortali annui sul lavoro sono diminuiti da 1600 a 1200, ciò è dovuto anche alle innumerevoli iniziative portate avanti dall’ISPESL. L’ente, nonostante dal 2000 abbia registrato una costante e vertiginosa riduzione di fondi, dimezzati da 110 a 58 milioni di euro, e insieme una drastica diminuzione del personale per raggiunti limiti di età (senza la possibilità di turn over per il blocco delle assunzioni), non ha mai ridotto il proprio impegno per la tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori. 
L’istituto in questi anni ha continuato a battersi per ottenere i mezzi necessari all'esercizio delle proprie funzioni. Ha, infatti, accresciuto e ampliato tutti i possibili servizi che la legge gli consente di fare, riuscendo persino ad incrementare notevolmente le proprie entrate. E oggi, nonostante il dimezzamento dei fondi, è in grado di autofinanziarsi per più del 60% dello stanziamento che perviene dallo Stato.
E questo lo si può considerare un ente inutile? Sarebbe interessante sapere con quale logica il Governo sia arrivato a disporne la soppressione. Se lo chiedono il personale dell'organo e soprattutto i lavoratori e i familiari delle vittime sul lavoro.

diana popescu    8 Giugno 2010

da: http://www.rosarossaonline.it/dettaglio.php?id=5305
   

L'ISPESL SOTTO L'INAIL ADDIO AI RISARCIMENTI?
LIBERAZIONE  4 giugno 2010

Dopo i tagli della manovra si rischia che i riconoscimenti delle malattie professionali siano sempre meno L`Ispels Sotto l`mali ¦ addio ai risarcìrnenti? . Daniele Nalbone Razionalizzare e semplificare. Con queste due parole d`ordine l`articolo 7 della manovra finanziaria voluta da Tremonti ha sancito la morte di molti enti pubblici. Si va dall`Ispesl (Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro), che finirà sotto l`egida dell`Inail, per un risparmio di circa 400mila euro, al Centro per la Formazione in Economia e Politica dello Sviluppo Rurale che porterà a un risparmio di ben 8900 euro l`anno (!). In fondo, come ha spiegato il ministro Tremonti, «è dai piccoli numeri che si fanno i grandi numeri». Ma analizzando i singoli casi, non è difficile constatare come, in realtà, dietro ogni taglio c`è molto di-più di un semplice risparmio. In molti casi, il vero problema è l`onnipresente "conflitto d`interessi". Prendendo ad esempio proprio uno dei tagli economicamente più "convenienti" portare l`Ispels sotto l`Inail significa determinare una coincidenza tra controllore e controllato in uno dei punti dolenti dei nostro paese: gli infortuni sul lavoro. È - o meglio, era - l`Ispels, infatti, l`ente proposto a riconoscere e segnalare l`insorgere di nuove malattie professionali. È l`Inail l`ente che paga gli indennizzi per quelle malattie. «Ora che Ispels e Inail saranno una cosa sola» temono i lavoratori dell`ente soppresso «il rischio è che il vero risparmio per le casse dello stato si abbia proprio dal riconoscimento di un numero sempre minore di malattie professionali».


------------------------------
           
Casi mortali - Infortuni sul lavoro nell'Unione Europea per Stati Membri e anno: Anni 1996 - 2005           
           






STATI MEMBRI 1996 2000 2005
       
UE - 15         5.549         5.237         4.011
UE - Euro Area         5.029         4.831         3.678
Belgio            117            115              83
Danimarca (*)              75              68              56
Germania         1.377         1.018            678
Grecia              77              57              32
Spagna            783            803            662
Francia            900            851            593
Irlanda (*)              27              30              65
Italia         1.128         1.202            918
Lussemburgo              30              15              10
Paesi Bassi (*)            110            103              75
Austria            252            236            214
Portogallo            261            354            283
Finlandia              44              47              65
Svezia (*)              87              58              68
Regno Unito (*)            281            280            209
       


*) Paesi in cui  i dati non provengono dal sistema assicurativo e presentano livelli consistenti di sottodenuncia.                                               

fonte: http://www.inail.it/cms/statistiche/statisticheuropee/tavole/9.xls           

           
Come si vede dalla tabella elaborata dall'INAIL il problema delle morti sul lavoro è molto pià scottante in Italia che in altri Paesi europei, anzi in questo campo l'Italia detiene un triste primato in assoluto, ma questo evidentemente non interessa ai nostri governanti, urgono le leggi per "salvare" la privacy dei potenti, oppure per far pagare meno tasse ai proprietari dei maxi yacht...            

giovedì 10 giugno 2010

Un progetto putiniano

di Michele Prospero su il manifesto – 10 giugno 2010



Con la Marcegaglia la recitazione di Berlusconi per ingraziarsi il sostegno della grande impresa non era andata bene. Al plebiscito improvvisato dal palco, per nominarla sul campo ministro per le infrastrutture, la platea della Confindustria aveva risposto con una freddezza glaciale. Un imperdonabile affronto per il premier che viene anche lui dalla trincea dell’impresa e si aspettava i segni esteriori di una spontanea cooperazione per via della comune appartenenza di classe. Con il grande capitale e la sua stampa i rapporti di Berlusconi non sono mai stati idilliaci. Agnelli lo considerava solo un pittoresco intruso, con cui però venire a patti, non fosse che per prosaiche ragioni di convenienza e di quieto vivere.
Per il Cavaliere, che i soldi si vanta di averli fatti da sé, i salotti buoni della borghesia e la nomenclatura dell’economia e della finanza appartengono alla disprezzata élite cui si compiace di non appartenere. Meglio, molto meglio il gradimento che il cavaliere ferito nell’onore riceve tra le truppe sterminate della neoborghesia. Prima con gli albergatori, ai quali aveva proposto uno spot con la sua voce sensuale per attrarre le valute pregiate dei turisti. Poi con i ruspanti padroncini della confartigianato Berlusconi sente la gradevole sensazione che c’è un ampio pezzo del paese che non l’abbandona, neppure nell’ora dell’isolamento.
Malgrado la crisi, e a dispetto del flop sensazionale del suo governicchio inconcludente nelle realizzazioni di grandi opere o nella riduzione delle aliquote fiscali, la neoborghesia dei capannoni, dei Suv e delle partite Iva è ancora con lui, e lo applaude a ripetizione. Il copione è sempre lo stesso. Salito sul palco che sente ancora amico, Berlusconi indossa la maschera del comico, fa battute, abbraccia il capo degli artigiani, lo strattona e lo rende confidenzialmente ridicolo, privo di qualsiasi ethos. Al gioco istrionesco, che lo pone in relazione simbiotica con la platea divertita dall’informale capo esuberante, segue l’immancabile e incendiario affondo contro la Costituzione: un inferno che lega le mani al grande decisore.
Le auree regole del parlamentarismo, le grigie procedure formali, la stantia separazione dei poteri, il pluralismo dell’informazione, che gli provoca il pessimo umore dopo 15 minuti, sono colpite al cuore come la fonte dei suoi vani (ormai ventennali) tentativi di modernizzare il paese. All’origine dell’incurabile male italiano Berlusconi pone soprattutto la Costituzione. Storie di ieri. La novità delle esternazioni di oggi è nel progetto scivoloso di creare una qualche base di massa all’assalto contro la Carta. Alla vecchia repubblica dei partiti fondata sul lavoro oppone ora la nuova repubblica delle partite Iva fondata sull’impresa.
Con la reiterata proposta di sovvertire l’articolo 41 della Costituzione, che gli pare ispirato alla Russia comunista, e per liberare quindi la libertà d’intrapresa da vincoli, coperture legali, funzioni sociali, Berlusconi sollecita la neoborghesia a prendere in appalto lo Stato. La sua finanziaria del resto è una mirabile costruzione ideologica all’insegna di due società sempre più incomunicanti. I sacrifici sono affibbiati solo ai lavoratori (quelli pubblici soprattutto, perché meschini fannulloni che campano sulle spalle del contribuente). L’altra parte della società, quella del lavoro autonomo e dell’impresa molecolare del capitalismo territoriale, è del tutto risparmiata.
Berlusconi sta disegnando una tipologia sociale che ha forti analogie con la Russia degli oligarchi. Due società che convivono nello stesso spazio. Una (ampia ma non maggioritaria) è molto ricca, dedita agli sfarzosi consumi voluttuari, all’acquisto di beni posizionali. Incline alla fuga dal fisco, essa è avvezza a trionfare nel deserto dei beni pubblici e nella tragedia degli spazi comuni. L’altra (tendenzialmente maggioritaria ma priva di autonomia politica) appare sempre più marginale, con salari che scendono ai livelli minimi, utili per la mera sopravvivenza della forza lavoro. Per la prima volta, un capo di governo italiano sta facendo come la Russia, quella di Putin però.

mercoledì 9 giugno 2010

Disabili sani per legge: Tremonti taglia l’assegno per i down

 post pubblicato il 9 giugno 2010 su:
http://www.agoravox.it/Tremonti-taglia-anche-la-i.html

All’articolo dieci della manovra finanziaria correttiva, ecco apparire la falla. Meglio: la Follia.
Tremonti pensa bene che, invece di tagliare fondi ai costi della politica. Invece di togliere denaro dove ce n’è troppo. Invece di tassare maggiormente i ricchi - che lo ricordo, nel 2009 sono divenuti molto più ricchi del 2008 - ecco che cala la mannaia.
Su chi?
Sugli invalidi.
Lotta ai falsi invalidi? Macché.
I falsi invalidi emergeranno - semmai - dalle verifiche a tappeto che sono state promesse.
Gli attuali invalidi invece, e quelli che chiedono per la prima volta il riconoscimento del proprio stato di invalidità, si vedranno nella migliore delle ipotesi non riconoscere un emolumento di sostegno che fa rabbrividire per l’importo che contiene: "ben" 256,00 euro mensili. Nemmeno un chilo di pane al giorno. Una miseria. Una truffa. Una infamia.
Sapete - ad esempio - chi potrà subire danni enormi da questo "colpo di genio" di Tremonti? Le persone affette da Sindrome di Down, che fino ad oggi, percepivamo la provvidenza mensile con un 75% di invalidità riconosciuta.
E coloro che ad ogni modo, subendo già magari l’impossibilità di essere collocato al lavoro - ammesso che di lavoro se ne trovi - non si vedrà riconoscere questo pugno di pane secco rappresentato da un misero assegno.
E’ così che Tremonti raddrizza i conti? E’ così che si vessa maggiormente la popolazione? E perché? Le organizzazione a tutela dei disabili sono - chiaramente - in subbuglio.
La disabilità è un settore poliedrico. Tante sono le forme e le sfumature di uno strato che obbliga l’essere umano spesso e volentieri a dover dribblare fra barriere mentali ed architettoniche.
Con questa "trovata" Tremonti spara alle spalle chi spesso purtroppo subisce la malignità di una società fondata sulla "perfezione", che invece di comprendere che disabile vuol dire semmai super-abile, vorrebbe gettare nelle fogne esseri umani del tutto simili a qualsiasi essere umano sulla terra.
Disabili si nasce. Disabili si diventa.
Attenzione a non dimenticarlo mai.
E se son queste le "manovre correttive": Dio ci salvi. Perché è solo l’inizio di una catastrofe che puzza solo di marcio.
Ne riparleremo.
Un Governo che non ha timore delle rimostranze della nazione che gestisce, molto probabilmente ha in tasca pronto un ultimo atto che forse ancora, non riusciamo nemmeno ad immaginare.
E se cordata di disabili dovrà essere sia.
Non lasciamo nulla di intentato, contro un Sistema che affligge e non sostiene.


Brunetta salva i maxi yacht

Un altro regalo ai proprietari dei maxi yacht. Nascosto tra le pieghe del decreto per la semplificazione amministrativa firmato dal ministro Brunetta che deve essere votato martedì (oggi per chi legge, ndr).  L'accusa arriva dai deputati Mario Tullo e Silvia Velo (Pd). Un  appunto pesante per il ministro che ha fatto della trasparenze la sua  bandiera. Soprattutto adesso che i colossi del mare sono nell'occhio  del ciclone per il sequestro della nave di Flavio Briatore. Non solo:  proprio nel momento in cui il governo chiede un sacrificio a tutti gli  italiani, ma si scopre che i proprietari dei maxi yacht evadono 500 milioni di euro l'anno. L'articolo 7 quinquies del decreto Brunetta  sostituisce l'articolo 1 comma 1 del codice sulla navigazione da  diporto: Le disposizioni del codice si applicano alla navigazione da  diporto, anche se esercitata per fini commerciali mediante le unità da  diporto di cui all'articolo 3, comprese le navi destinate  esclusivamente al noleggio per finalità turistiche. Parole quasi  incomprensibili per i profani, ma che hanno suscitato un vespaio  perchè le navi che fingono di esercitare il noleggio per finalità  turistiche sono le regine dell'evasione fiscale. Il Pd sostiene: Con  una norma di poche righe si rischia tra l'altro di consentire ai  megayacht proprietà di società di comodo, magari con sede alle Cayman,  di tornare nel nostro Paese iscrivendosi al registro internazionale.  Il risultato? Agevolazioni fiscali e previdenziali. Critiche pesanti.  Tanto che ieri sera è intervenuto anche Roberto Calderoli,  evidentemente preoccupato di aver messo la firma su una legge definita  salva-yacht, in quanto ministro della Semplificazione normativa: "La  proposta non è una sanatoria per vicende fiscali. Mira esclusivamente  a una semplificazione delle procedure amministrative applicabili alle  imbarcazioni utilizzate per il noleggio per finalità turistiche.  Attualmente tali imbarcazioni, quanto ad adempimenti burocratici come  quelli necessari per entrare ed uscire dai porti, sono equiparate alle  navi commerciali, cosicché una barca usata per turismo è equiparata a  una petroliera o a una portacontainer. Semplifichiamo, quindi, solo la  burocrazia", assicura Calderoli. Tutto chiarito? Non proprio, se è  vero che i tanti armatori che fingono di esercitare attività di  noleggio evadono le tasse. Quindi il decreto Brunetta rischia, come  minimo, di rendere loro ancor più facile la vita, come se non  bastassero gli incentivi fiscali che, di fatto, fanno risparmiare a  ogni proprietario anche decine di milioni all'acquisto della barca e  mezzo milione l'anno nella gestione. C'è poi il giallo del parere  della commissione Trasporti che, dando parere favorevole alla riforma  Brunetta, il 25 maggio scorso ha specificato: "Alla condizione che sia  soppresso l'articolo 7 quinquies". Ma se davvero quella norma non  cambiava niente, perchè cancellarla? La Commissione spiega: "Le  disposizioni di cui all'articolo 7-quinquies suscitano perplessità, in  quanto l'estensione delle previsioni del codice della nautica da  diporto alle navi utilizzate per finalità commerciali e turistiche  potrebbe avere effetti negativi sia in termini di sicurezza, sia in  termini di certezza della regolamentazioneâ". Infine esperti del  settore, interpellati dal Fatto , avanzano l'ipotesi che l'articolo 7  quinquies faciliti agli armatori (a quelli onesti, ma anche ai  moltissimi evasori) l'iscrizione delle barche nel registro  internazionale. Ancora tecnicismi, che però, in soldoni, si traducono  nell'esenzione dall'Irap, nella riduzione della tonnage tax (la tassa  sul tonnellaggio delle navi) e nel pagamento da parte dello Stato dei  contributi per l'equipaggio. Ancora sconti fiscali per centinaia di  migliaia di euro? Un dubbio legittimo che, però, il ministro Brunetta,  campione di trasparenza, dovrebbe forse chiarire.

[Ferruccio Sansa, "Brunetta salva i maxi yacht", il Fatto Quotidiano,  8 giugno 2010]

domenica 30 maggio 2010

PIERSILVIO BERLUSCONI, MANOVRA YACHT E SACRIFICI PER TUTT


Il Presidente della Repubblica con suo pacato e simpatico tono di voce nei giorni scorsi aveva auspicato che i sacrifici connessi alla Manovra fossero equamente distribuiti.
..e infatti oltre ad una palese disparita’ di trattamenti che lascia praticamente indenni tutti coloro che sono i principali responsabili della situazione, ecco che nella giornata in cui viene varata dal Consiglio dei Ministri una raccolta di sacrifici, leggiamo che il figlio del Presidente del Consiglio con un tempismo encomiabile vara la sua nuova barchetta: uno yacht di 37 metri da 18 milioni di euro!
Forse quando il Premier diceva che siamo tutti sulla stessa barca, nelle sue parole c’era un accenno ironico a questa barca!!!
Probabilmente pero’ Piersilvio aveva in mente un panfilo di 40 metri e ha sacrificato 3 metri per solidarieta’ con la nazione.
Per restare in tema nautico, questo avviene in una nazione dove alle notizie che si accavallano l’un l’altra su crisi economiche, tagli di stipendi e cancellazioni di Province, si mescolano anche affermazioni sugli incubi di un bimbo a causa del sequestro dello yacht di famiglia da parte della Guardia di Finanza!
L’Italia e’ veramente il Paese di Santi, Poeti e Navigatori!

da: http://www.lachiacchiera.it/piersilvio-berlusconi-manovra-yacht-e-sacrifici-per-tutti-10891/

martedì 25 maggio 2010

Dati OCSE: in Italia salari bassi e peso delle tasse enorme

In Italia il salario medio netto annuale di un qualsiasi lavoratore è pari 22.027 dollari, molto più basso dei 26.359 dollari fatti registrare dalla media Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che raccoglie i 34 paesi più sviluppati a livello mondiale. In questa classifica il nostro Paese finisce miseramente, è proprio il caso di dirlo, solo al ventitreesimo posto. E la situazione diventa ancora più allarmante se il dato dell’Italia viene confrontato con quello dell’Europa a quindici, dove il salario annuale netto medio risulta pari a 28.454 dollari. Non bastava dunque la crisi economica che ha portato una carenza preoccupante di lavoro. Ora anche chi questo lavoro ce l’ha non dorme sonni tranquilli, visto che la retribuzione che ottiene è molto a di sotto delle medie internazionali. E se si vanno a guardare con più attenzione le statistiche dell’Ocse, si scopre anche che Paesi economicamente meno sviluppati dell’Italia riservano ai propri lavoratori stipendi migliori. Mi riferisco ad esempio a Grecia, Irlanda e Spagna, dove i salari medi netti sono rispettivamente pari a 25.583, 31.897 e 25.339 dollari. Per consolarci dobbiamo guardare alle nostre spalle e scoprire che tra i Paesi Ocse peggio di noi fanno solo Portogallo, Repubblica Ceca, Turchia, Polonia, Repubblica Slovacca, Ungheria e Messico. Sarà pure una consolazione, ma a ben vedere è davvero magra.

da: www.ditascanostra.it/2010/Allarme-italia-non-bastava-la-crisi-del-lavoro-ora-abbiamo-anche-stipendi-da-fame
Post pubblicato il 20 Maggio 2010

 Il peso di tasse e contributi sui salari, il cosiddetto cuneo fiscale che calcola la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore, è in Italia al 46,5%. Lo rileva l'Ocse nel rapporto 'Taxing Wages 2009'. Nella classifica dei maggiori trenta Paesi, aggiornata al 2009, l'Italia è al sesto posto per peso fiscale sugli stipendi, dopo Belgio (55,2%), Ungheria (53,4%), Germania (50,9%), Francia (49,2%), Austria (47,9%). Il peso di tasse e contributi sui salari in Italia è rimasto stabile dal 2008 al 2009, registrando solo un lieve -0,03%. L'Italia occupa infatti nella classifica Ocse la stessa posizione, la sesta, rispetto all'anno precedente. In Italia, precisa ancora l'Ocse, hanno un impatto rilevante sulla differenza tra salario lordo e netto anche i cosiddetti 'pagamenti obbligatori non fiscalì, rappresentati dal tfr, che aumentano la pressione di un ulteriore 3%.

da: http://www.leggo.it  post pubblicato il 16 maggio 2010

sabato 15 maggio 2010

La crisi greca fuori dagli schemi


La pesante crisi economica greca preoccupa tutti, da mesi ormai leggiamo sui giornali e sentiamo in tv analisi, dibattiti, tutti gli esperti - e presunti tali - spiegano, approfondiscono, senza mai analizzare in fondo, parlare chiaro, menzionare le cause di questa crisi. Da decenni ormai, ogni volta che sento parlare o leggo qualcosa sulla Grecia, vedo ripetersi puntualmente il rito folkloristico di un'immagine stereotipata, quella del Partenone, del sirtaki, del formaggio feta e delle isole Cicladi. Della realtà economico-sociale della Grecia si ha un'idea approssimativa, la si immagina come una copia del mezzogiorno italiano. Una cosa è certa: le scelte scellerate dei governi precedenti, sia di centro-destra che di centro-sinistra hanno ingigantito un problema che c'era già negli anni '80: un debito pubblico insostenibile, un deficit di spesa astronomico senza realistiche possibilità di risanamento. Ma la partita che si sta giocando non è solo questa: in realtà si sta facendo un esperimento di applicazione autoritaria di selvagge politiche neolineriste e una volta visti i risultati, si cercherà di esportare con le buone o con le cattive anche agli altri Paesi deboli dell'area euro (i cosiddetti PIGS) o europei in generale. La Grecia era l'anello più fragile della catena dal punto di vista economico, e con una realtà sociale molto articolata e difficile da gestire. La crisi greca non è nata -solo- per i motivi che ci vengono sbandierati in tutte le salse ogni giorno: il parametro del debito pubblico in rapporto al PIL è importante ma non è sufficiente per portare alla catastrofe: per il Giappone il rapporto Deb. Pubbl /PIL è del 180%, per il Canada del 100%, per la stessa Italia sfiora il 120%. La Grecia però, a differenza di questi paesi ha un'economia quasi parassitaria, il settore industriale è quasi inesistente, quasi il 20% della popolazione attiva lavora nel settore pubblico, 800.000 persone su una popolazione di 11 milioni pagano l'80% del gettito fiscale, esiste un reale problema di corruzione diffusa. Il livello dei salari è leggermente più alto rispetto all'Italia (vedi i dati OCSE che sono usciti in questi giorni) e per di più il sindacato -soprattutto quello del pubblico impiego- è molto forte, la sinistra radicale è presente in parlamento e nel paese, e poi c'è ancora un partito comunista che non ha cambiato nome e prende l'8% alle elezioni, esiste una miriade di movimenti, movimentini, gruppi "vivaci" o al limite della legalità, che da anni non perdono l'occasione di manifestare, fronteggiare le forze dell'ordine, occupare, fare cortei spontanei, bloccare il traffico, e in situazioni di emergenza bruciare macchine, negozi di lusso, banche, supermercati. Secondo il mio modesto parere le misure di contenimento del deficit (sangue e lacrime) adottate dal governo -socialista- greco non avranno i risultati sperati, le fasce meno garantite della popolazione sopporteranno l'intero peso dell'operazione, non ci sarà nessun risanamento, nessuna lotta all'evasione, con le privatizzazioni delle granzi aziende pubbliche aumenterà invece di diminuire la corruzione, buona parte delle piccole e medie imprese chiuderà, la disoccupazione aumenterà a livelli America anni '30, i privilegiati e i furbi continueranno a fare il bello e il cattivo tempo in un paese impoverito, in ginocchio e in crisi perenne.

Su internet ho trovato un articolo di impressionante lucidità che parla dell'argomento e non posso fare a meno di riportarlo qui:


Da: www.dirittiglobali.it - NEWS (Europa / Lavoro, Economia & Finanza nel mondo)
14 - 05 - 2010
Fonte: il manifesto


Eurogolpe, ovvero l'ideologia greca
di Tommaso Di Francesco


Per qualcuno l'autoritarismo era già implicito nella costruzione europea e nel vincolo del patto di stabilità, altri sosterranno che la scelta è oggettiva, visto il livello della crisi, evidente dalla furbizia e dal crack di Atene. Non è così. Con la decisione del 12 maggio, seguita alla maratona notturna di Ecofin e Bce che ha stabilito un fondo prestiti straordinario di 750 miliardi di euro insieme al Fmi per sostenere le crisi finanziarie dell'Eurozona, la Commissione Ue ha avviato una svolta autoritaria, un vero e proprio eurogolpe. Prendendo la palla al balzo. Perché, approfittando della crisi greca, fa di questa materialità una ideologia (falsa coscienza) che rischia di spostare ancora più a destra, se possibile, l'asse politico dei paesi europei.
Già il patto di stabilità era un vincolo di bilancio che non poteva essere sforato per la "correttezza dei conti", essendo il debito l'oggettività primaria di una Europa senza istituzioni politiche ma con la sola entità monetaria dell'euro. Non altre priorità, come l'occupazione, la formazione, le innovazioni tecnologiche e ambientali. Questo è l'Europa, solo una moneta. Che ora diventa governo, anzi direttorio di brocker. Va da sé che la centralità è la presunta oggettività dei bilanci, come se ad essi non presiedessero scelte politiche, indirizzi di spesa, individuazione di priorità sociali e strategiche ad esaltazione o a deprimento di altre. Come se nei bilanci non si individuasse la ragione politica delle scelte di classe di un governo e di quelle democratiche dei parlamenti. Il patto di stabilità era, fin qui, un'ombra che già aveva contaminato l'intera vicenda dei beni comuni, con l'obbligo delle privatizzazioni ovunque, la cancellazione di ogni ipotesi di nazionalizzazione o di controllo sociale dei beni. Eravamo finora al solo indirizzo, pericoloso, che ha di fatto modificato i comportamenti delle leadership politiche di destra e di sinistra che si sono avvicendate alla guida dei paesi europei.
Ora con la svolta di Bruxelles presentata da un Barroso sempre sornione e inutilmente sorridente, siamo al diktat attraverso la definizione di strutture istituzionali e modalità che azzerano le aspettative di allargamento della sovranità popolare in Europa intesa come segno più alto e democratico per una cessione di sovranità nazionale. La Commissione europea ha infatti deciso: di controllare preventivamente i conti pubblici degli stati, di valutare e giudicare le varie finanziarie prima dei parlamenti, di estendere al debito pubblico verifiche finora concentrate sul rispetto del 3% nel rapporto deficit/pil; inoltre vara strumenti di cauzione e penalty e in più un semestre di "sessione" speciale, quasi un presidio dedicato a queste priorità. Qualcuno ci leggerà la nascita finalmente dell'Europa. Eppure è evidente che questa novità se sottolinea una dura e forte intenzione politica, la mette subito al servizio del dominio dell'attuale sistema finanziario che tiene nelle mani il mondo e determina le sue diseguaglianze, e che è stato fin qui responsabile sia della crisi americana che di quella greca ed europea. Verso il quale nessuno intende proporre - figuriamoci - alcun controllo o penalty secondo interessi.
Ne derivano alcuni stravolgimenti dell'agenda politica. Mentre già tutti corrono ad adeguarsi, come fa Zapatero che, vale la pena ricordarlo, così facendo costruisce probabilmente la sua uscita di scena del resto anticipata dal disastro sociale della disoccupazione spagnola arrivata alla soglia del 20%. E mentre il ritorno dei tories al potere in Gran Bretagna nell'inedita coalizione con i lib-dem, avviene sotto il segno smaccato dell'antieuropeismo e della rivendicazione anti-euro, per stare ancora di più fuori dai meccanismi e dai costi dell'Unione. Già. Perché la centralità del cosiddetto debito pubblico, vuole ideologicamente azzerare la differenza sostanziale tra debito sociale (quello che lo stato deve ai suoi cittadini, stipendi del pubblico impiego, pensioni, servizi, protezione sociale, welfare ecc. ecc.) e il debito finanziario, quello che prende la forma dei titoli emessi dallo stato e che va sul "libero" mercato. Solo quest'ultimo naturalmente può essere rimesso, cioè rimborsato prioritariamente, salvaguardato, sostenuto e diventare mercanteggiamento tra prestiti vantaggiosi per chi li fa e paesi "Pigs" così indebitati e per questo impoveriti come la Grecia. L'altro naturalmente non ha protezione, non viene difeso. Parole giuste come "interventismo publico" e "cessione di sovranità nazionale" acquistano così, con le brutali decisioni di Bruxelles, non il senso di un allargamento dell'Unione europea politica e della sua democrazia, come avrebbe dovuto essere, ma una svolta autoritaria e unilaterale in difesa del rigore di bilancio a salvaguardia degli interessi del mercato, in primis finanziario.
Chi ci guadagna? Al di là delle banche, già responsabili delle crisi in corso, si produce un'ulteriore dinamica politica che chiameremmo l'ideologia greca. Con esaltazione di un nuovo "centro politico" per l'occasione rinnovato - vedi le manovre oltre-Berlusconi in Italia - e se necessario, anche populista e anticorruzione, da casa Scajola a CasaPound per intenderci. Perché bisognerà pure cavalcare insieme l'autoritarismo necessario al "rigore del debito" e la drammatica divisione sociale che esso produce. Né è da escludere che, formalmente ma significativamente, anche nel cuore d'Europa, in Germania - sforatrice anch'essa del patto di stabilità - il parlamento protesterà, a sinistra ma soprattutto a destra, contro questa rivendicazione centralistica di Bruxelles che pure va nell'interesse di Berlino. E addirittura in Italia, alle prese con il "federalismo fiscale" dei privilegi.
E a sinistra? Non basta davvero appellarsi ad Obama: è il miglior presidente per gli Stati uniti, ma la sua America ci guarda interessata, per scaricare costi della sua crisi e per vigilare che le soluzioni qui non contraddicano l'ipersostegno alla finanza privata approntato già negli Usa. E pensare che l'allargamento forzato a 27 dell'Ue ha avuto origini e radici nella necessità strategica americana, attraverso l'Alleanza atlantica, di includere-annettere come satelliti della Germania i paesi dell'est-Europa.
A questo punto, in quanto a protesta sociale e dei lavoratori, non basteranno più i tetti su cui salire, né la rabbia greca, né una prospettiva solo sindacale, se non si affronta il nodo di una alternativa sulla ripartizione equa del lavoro alienato e sulla nuova natura sociale (di cittadinanza?) del salario. Visto che già si avventano come cani rabbiosi sullo "spreco" della cassa integrazione e già perfino la Ggil si prepara ad una buona accoglienza dei tagli imposti dalla Commissione Ue.
Comunque, il fatto è che "la sinistra che abbiamo conosciuto" non solo non c'è più in Italia - come scriveva Luigi Pintor - ma tantomeno in Europa. E invece questa potrebbe essere l'occasione per sparigliare il gioco sporco, invertire il senso comune della crisi e raccontarla diversamente. E diversamente ricostruire un agire dal basso.