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giovedì 12 febbraio 2015

TSIPRAS ALLA GERMANIA: “I CREDITORI SIAMO NOI”

 “CI DOVETE 162 MILIARDI DI EURO”


di Salvatore Cannavò
il Fato Quotidiano 10 febbraio 2015



La richiesta di risarcimento per i danni di guerra, fatta da Alexis Tsipras alla Germania, può sembrare una battuta. Ma questa battuta è presente nel programma di Syriza fin dalla sua elaborazione a Salonicco nel settembre scorso. E vale circa 160 miliardi. Non è uno scherzo, insomma, se è vero che ieri il vice-cancelliere tedesco, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, ha voluto rispondere con nettezza alle pretese greche: non se ne parla nemmeno.
La storia è vecchia quanto la Seconda guerra mondiale. La Grecia fu invasa dalla Germania nazista, che oltre alle morti e ai saccheggi, si fece “prestare” 3,5 miliardi di dollari dell’epoca che non sono mai stati rimborsati. Alla Conferenza di Parigi del 1946 fu inoltre previsto un indennizzo nei confronti di Atene di 7 miliardi di dollari. Entrambe le somme non sono mai state pagate dai governi tedeschi. Attualizzando queste cifre si arriva alla cifra di 162 miliardi di euro indicata da Syriza. Senza contare gli interessi.
Secondo uno studio del Comitato per l’annullamento del debito (Cadtm) se si calcolasse un interesse annuo del 3% si arriverebbe alla cifra enorme di mille miliardi di euro. Cifre stratosferiche che non sembrano rientrare nelle reali intenzioni del governo greco. Nei giorni scorsi, infatti, una speciale commissione presieduta dall’ex direttore generale del Tesoro, Panagiotis Karakousis, ha indicato il debito tedesco nei confronti della Grecia in 11 miliardi di euro. La cifra non contempla la voce riguardante le riparazioni per i danni subiti durante l’occupazione tedesca dal 1941 al 1944 che invece fa parte del conteggio
Per comprendere il contenzioso, però, occorre approfondire due altre vicende: la Conferenza di Londra del 1953, con la quale sono stati annullati gran parte dei debiti di guerra della Germania e il trattato di riunificazione della Germania del 1990 siglato a Mosca.
Nel primo grande appuntamento internazionale dopo la Seconda guerra mondiale, gli alleati occidentali (Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Belgio, Olanda e molti altri) decisero quello che oggi è impedito alla Grecia: una riduzione del 62,5% del debito tedesco.
Questo ammontava a 22,6 miliardi di marchi per la parte anteriore alla guerra e a 16,2 miliardi cumulato dopo la Seconda guerra mondiale. Fu ridotto a 14,5 miliardi e alla Germania furono garantiti altri benefici importanti: il rimborso in marchi, un tetto al rimborso annuo fissato al 5% dei redditi provenienti dalle esportazioni, un tasso di interesse oscillante tra lo zero e il 5%. Anche grazie a queste condizioni la Germania uscì dalla sconfitta disastrosa e divenne la potenza che è.
In quella conferenza, all’articolo 5 dell’accordo, si stabilì peraltro che “l’esame dei crediti scaturiti dalla Seconda mondiale dei Paesi in guerra con la Germania oppure occupati (…) saranno differiti fino al regolamento definitivo del problema delle Riparazioni”. Un rinvio sine die che impedì che la Grecia potesse beneficiare del rimborso dovuto.
Il sine die si è prolungato fino al 1990 quando si è verificata l’unificazione delle due Germanie e la vera fine geopolitica del periodo post-bellico. Il Trattato di Mosca del 1990, il cosiddetto trattato 4+2 (siglato dalla Repubblica federale e dalla Repubblica democratica di Germania insieme a Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Unione sovietica) non fa però alcuna menzione dei debiti di guerra e del capitolo delle Riparazioni. Ed è proprio su questo appiglio giuridico che si lega la posizione tedesca: non essendo menzionato il problema, si intende risolto. L’interpretazione è riportata nelle note all’accordo redatte dall’allora direttore degli affari politici del ministero degli Esteri francese, Bertrand Dufourcq: “Il trattato di Mosca non contiene tutte le clausole di un trattato di pace (…) in particolare non menziona il problema delle riparazioni”. Tuttavia, sottolinea ancora il diplomatico francese, il documento contiene “aspetti essenziali di un trattato di pace” ed è proprio “per il suo non-detto che mette davvero fine al periodo aperto nel 1945”.
Il contenzioso è molto raffinato e probabilmente non se ne farà nulla. Ma Atene ha deciso di tirare fuori la vicenda per avere più armi nella difficile trattativa con l’Europa. Il rapporto Karakousis, infatti, sarà girato al ministro degli Esteri il quale dovrà inviarlo all’Avvocatura di Stato. Inoltre, dovrebbe essere insediata una apposita commissione per consigliare il governo sulla strada da seguire. Per il momento, a giudicare dalle reazioni tedesche, la mossa di Tsipras ha ottenuto l’effetto di innervosire Berlino. E forse anche questo autorizza Tsipras alla dichiarazione fatta ieri dopo l’incontro con il collega austriaco: “È nell’interesse di tutti trovare una soluzione favorevole a tutti”, ha detto in previsione dell’incontro di domani a Bruxelles dei ministri dell’Eurozona: “Ecco perché sono molto ottimista. Finora non abbiamo sentito nessuna alternativa praticabile rispetto a quella che noi abbiamo proposto. Non vi è ragione per non raggiungere un accordo, a parte motivi politici”.





sabato 20 luglio 2013

Due infelici donne kazake



Non avrei molto da aggiungere a quanto è stato scritto sui giornali a proposito del caso "Shalabayeva", in questi giorni ci siamo fatti una cultura a proposito delle peripezie della famiglia kazaka e del lontano e sconosciuto paese dal quale provengono.
Riassumo i fatti in due parole: la notte del 28 maggio 2013 Alma Shalabayeva, moglie dell’imprenditore e dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, è stata arrestata da agenti della questura di Roma, insieme alla figlia di sei anni, mentre si trovava in una villa a Casal Palocco, alla periferia di Roma. Le forze dell’ordine, che agivano su richiesta delle autorità del Kazakistan, cercavano suo marito che non era in casa, così Shalabayeva è stata arrestata con l’accusa di possedere un passaporto falso.
Il 31 maggio la donna e la bambina sono state imbarcate su un aereo diretto in Kazakistan, dove ora sono agli arresti domiciliari.
Il 5 luglio una sentenza del tribunale di Roma ha condannato l’operato della questura di Roma, dichiarando che il passaporto della Repubblica Centroafricana di Alma Shalabayeva è valido. Così è nato il caso politico.
Cercando di essere ancora più sintetici si potrebbe riassumere in questo modo: due persone inermi, che non hanno violato la legge in Italia, sono state consegnate alle autorità di un paese che non è certo un modello di democrazia, governato da un despota che guarda caso è un nemico giurato del marito dell'una che è e padre dell'altra.
Poi, sempre per puro caso, questo despota è amico stretto del più importante e influente politico italiano. Chi pensa male è prevenuto.
Quello che mi ha impressionato è che i vari ministri coinvolti nel caso, Alfano, la Bonino, la Cancellieri, senza aver fatto prima una verifica, sin dal primo momento si sono affrettati a rassicurare i giornalisti sulla correttezza dell'operazione: tutto in regola e secondo la legge, tutte le procedure sono state seguite alla perfezione.
Invece la faccenda presenta palesi contraddizioni che saltano all'occhio al primo esame: Il 30 maggio il prefetto di Roma ha firmato il decreto di espulsione della donna kazaka e di sua figlia adducendo dei fantomatici “precedenti penali” di cui non c’è traccia da nessuna parte.
Poi l’aereo che ha rimpatriato le due donne in Kazakistan è stato noleggiato in Austria dall’ambasciata kazaka prima che il giudice di Pace decretasse l’espulsione, come se i diplomatici fossero già al corrente dell’esito del procedimento.
Poi la cosa più sconvolgente è che nell'informativa letta dal ministro degli Interni in senato l'altro ieri si parla del «rimpatrio delle due donne kazake», omettendo, all'interno di questa formula burocratica, una verità scomoda: che una delle due «donne kazake» è in realtà una bambina di sei anni e che, dunque, per la Convenzione ONU sui Diritti dell'infanzia sottoscritta dall'Italia nel 1989 non era possibile in nessun caso espellerla.
(vedi il bellissimo articolo di Raffaele K. Salinari "Quer pasticciaccio di Casal Palocco" su il manifesto del 18 luglio 2013)

per approfondire:










Nursultan Nazarbaev, Mukhtar Ablyazov

venerdì 31 maggio 2013

Panico all'aeroporto di Atene: parte un colpo dalla pistola di un parlamentare di Alba Dorata



Atene, 29 maggio. Dalla pistola del parlamentare greco del partito di estrema destra Alba Dorata Antonis Gregos è partito un colpo, mentre la stava consegnando alle autorità prima di imbarcarsi per Salonicco. Secondo la versione fornita da Gregos, quando è partito il colpo la pistola era nelle mani di un funzionario della compagnia aerea Aegean, mentre un portavoce della compagnia aerea sostiene che il colpo è partito mentre la pistola era ancora nelle mani del parlamentare. Fortunatamente non ci sono state vittime, la pallottola si è conficata nel pavimento senza altre conseguenze.
Il regolamento della compagnia aerea non permette ai passeggeri di imbarcarsi armati, essi devono consegnare l'arma al personale preposto, l'arma viene custodita in una busta sigillata dal pilota e restituita al proprietario una volta arrivati a destinazione.
Non è la prima che attivisti o parlamentari di Alba Dorata creano problemi con la loro mania di andare in giro armati.
All'inizio di questo mese il parlamentare di Alba Dorata Panayiotis Iliopoulos ha tentato di entrare in parlamento armato, e venne fermato da una guardia.
Il 2 di maggio una persona con la pistola in tasca e bene in vista ha cercato di picchiare il sindaco di Atene Yiorgos Kaminis ma è stata fermata dalle sue guardie del corpo. Si trattava dell'attivista di Alba Dorata Giorgos Germenis che è stato denunciato per aggressione a mano armata.
Un altro parlamentare di Alba Dorata, Ilias Panayotaros, è stato intervistato da una troupe televisiva australiana mentre partecipava ad una iniziativa del suo partito – donazione di sangue puro greco in una Smart, sì avete capito bene! - mentre gli fuoriusciva la pistola dalla tasca.

Fonte:



domenica 13 marzo 2011

L'incidente alla centrale nucleare di Fukushima

Mi fa pensare la scelta di RAI/Mediaset di dare poco risalto alla notizia dell'incidente alla centrale nucleare di Fukushima 1 in Giappone: ieri una potente esplosione ha polverizzato la gabbia esterna di contenimento di uno dei reattori e ha provocato il crollo del tetto e dei muri dell'edificio. Su internet, ma anche su tutti i canali satellitari si poteva vedere il video dell'esplosione proposto e riproposto, ma non sui nostri canali nazionali: infatti è stato scelto di far vedere dei fotogrammi isolati oppure qualche secondo di filmato in modo da non dare l'idea del quadro complessivo -impressionante- allo spettatore. Ieri il televideo  RAI riferiva del "... crollo di un muro" e dava notizie abbastanza vaghe sull'accaduto, ma vedo che oggi riferiscono le cose con un tono più allarmato.  La lobby nuclearista è fortissima nel nostro paese, ovviamente i giornalisti embedded cercano di non urtare la sensibilità di questi squali temendo per il loro posto di lavoro... 
Potete vedere il video in versione non "accorciata" qui:
http://tv.repubblica.it/copertina/l-esplosione-all-impianto-nucleare-di-fukushima/63922?video

Fukushima, nucleare, lobby nucleare