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mercoledì 11 marzo 2015

GLI ZINGARI SONO LA FECCIA DELLA SOCIETÀ: PAROLA DI ONOREVOLE

Questa l'affermazione di Gianluca Buonanno, eurodeputato della Lega Nord, durante un talkshow televisivo. Non mi piacciono le generalizzazioni, capisco che certi zingari non sono stinchi di santo, ma non si può condannare così un popolo, una etnia intera. Oggi si parla così degli zingari, settant'anni fa si diceva le stesse cose degli ebrei... Certo Buonanno non è nuovo a uscite del genere, leggo su Wikipedia che il 5 marzo del 2013 voleva "prendere a calci in culo i grillini", il 19 settembre del 2014, quando era ancora sindaco di Borgosesia ha dichiarato al programma radiofonico La Zanzara di voler schedare le coppie omossessuali e regalare loro una banana. Aggressivo, grossolano, disinformato, fanatico, con un passato – e un presente – fascistoide, ha tutti i requisiti per diventare leader o comunque un papavero grosso del suo partito.
Comunque non sono tutti gli zingari come li immagina il razzista padano: ci sono persone che si sono integrate, che hanno fatto carriera, che hanno avuto successo – e che successo!!! – nella vita artistica di quasi tutti i paesi occidentali: basta cercare su internet per farsi un'idea, e capire che è molto facile lasciarsi influenzare dai pregiudizi.

 Sì, sono tutti zingari!
Bob Hoskins - Charlie Chaplin – DjangoReinhardt - Robert Plant

Rickie Lee Jones - Yul Brynner - Michael Caine

giovedì 12 febbraio 2015

TSIPRAS ALLA GERMANIA: “I CREDITORI SIAMO NOI”

 “CI DOVETE 162 MILIARDI DI EURO”


di Salvatore Cannavò
il Fato Quotidiano 10 febbraio 2015



La richiesta di risarcimento per i danni di guerra, fatta da Alexis Tsipras alla Germania, può sembrare una battuta. Ma questa battuta è presente nel programma di Syriza fin dalla sua elaborazione a Salonicco nel settembre scorso. E vale circa 160 miliardi. Non è uno scherzo, insomma, se è vero che ieri il vice-cancelliere tedesco, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, ha voluto rispondere con nettezza alle pretese greche: non se ne parla nemmeno.
La storia è vecchia quanto la Seconda guerra mondiale. La Grecia fu invasa dalla Germania nazista, che oltre alle morti e ai saccheggi, si fece “prestare” 3,5 miliardi di dollari dell’epoca che non sono mai stati rimborsati. Alla Conferenza di Parigi del 1946 fu inoltre previsto un indennizzo nei confronti di Atene di 7 miliardi di dollari. Entrambe le somme non sono mai state pagate dai governi tedeschi. Attualizzando queste cifre si arriva alla cifra di 162 miliardi di euro indicata da Syriza. Senza contare gli interessi.
Secondo uno studio del Comitato per l’annullamento del debito (Cadtm) se si calcolasse un interesse annuo del 3% si arriverebbe alla cifra enorme di mille miliardi di euro. Cifre stratosferiche che non sembrano rientrare nelle reali intenzioni del governo greco. Nei giorni scorsi, infatti, una speciale commissione presieduta dall’ex direttore generale del Tesoro, Panagiotis Karakousis, ha indicato il debito tedesco nei confronti della Grecia in 11 miliardi di euro. La cifra non contempla la voce riguardante le riparazioni per i danni subiti durante l’occupazione tedesca dal 1941 al 1944 che invece fa parte del conteggio
Per comprendere il contenzioso, però, occorre approfondire due altre vicende: la Conferenza di Londra del 1953, con la quale sono stati annullati gran parte dei debiti di guerra della Germania e il trattato di riunificazione della Germania del 1990 siglato a Mosca.
Nel primo grande appuntamento internazionale dopo la Seconda guerra mondiale, gli alleati occidentali (Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Belgio, Olanda e molti altri) decisero quello che oggi è impedito alla Grecia: una riduzione del 62,5% del debito tedesco.
Questo ammontava a 22,6 miliardi di marchi per la parte anteriore alla guerra e a 16,2 miliardi cumulato dopo la Seconda guerra mondiale. Fu ridotto a 14,5 miliardi e alla Germania furono garantiti altri benefici importanti: il rimborso in marchi, un tetto al rimborso annuo fissato al 5% dei redditi provenienti dalle esportazioni, un tasso di interesse oscillante tra lo zero e il 5%. Anche grazie a queste condizioni la Germania uscì dalla sconfitta disastrosa e divenne la potenza che è.
In quella conferenza, all’articolo 5 dell’accordo, si stabilì peraltro che “l’esame dei crediti scaturiti dalla Seconda mondiale dei Paesi in guerra con la Germania oppure occupati (…) saranno differiti fino al regolamento definitivo del problema delle Riparazioni”. Un rinvio sine die che impedì che la Grecia potesse beneficiare del rimborso dovuto.
Il sine die si è prolungato fino al 1990 quando si è verificata l’unificazione delle due Germanie e la vera fine geopolitica del periodo post-bellico. Il Trattato di Mosca del 1990, il cosiddetto trattato 4+2 (siglato dalla Repubblica federale e dalla Repubblica democratica di Germania insieme a Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Unione sovietica) non fa però alcuna menzione dei debiti di guerra e del capitolo delle Riparazioni. Ed è proprio su questo appiglio giuridico che si lega la posizione tedesca: non essendo menzionato il problema, si intende risolto. L’interpretazione è riportata nelle note all’accordo redatte dall’allora direttore degli affari politici del ministero degli Esteri francese, Bertrand Dufourcq: “Il trattato di Mosca non contiene tutte le clausole di un trattato di pace (…) in particolare non menziona il problema delle riparazioni”. Tuttavia, sottolinea ancora il diplomatico francese, il documento contiene “aspetti essenziali di un trattato di pace” ed è proprio “per il suo non-detto che mette davvero fine al periodo aperto nel 1945”.
Il contenzioso è molto raffinato e probabilmente non se ne farà nulla. Ma Atene ha deciso di tirare fuori la vicenda per avere più armi nella difficile trattativa con l’Europa. Il rapporto Karakousis, infatti, sarà girato al ministro degli Esteri il quale dovrà inviarlo all’Avvocatura di Stato. Inoltre, dovrebbe essere insediata una apposita commissione per consigliare il governo sulla strada da seguire. Per il momento, a giudicare dalle reazioni tedesche, la mossa di Tsipras ha ottenuto l’effetto di innervosire Berlino. E forse anche questo autorizza Tsipras alla dichiarazione fatta ieri dopo l’incontro con il collega austriaco: “È nell’interesse di tutti trovare una soluzione favorevole a tutti”, ha detto in previsione dell’incontro di domani a Bruxelles dei ministri dell’Eurozona: “Ecco perché sono molto ottimista. Finora non abbiamo sentito nessuna alternativa praticabile rispetto a quella che noi abbiamo proposto. Non vi è ragione per non raggiungere un accordo, a parte motivi politici”.





domenica 22 settembre 2013

ALBA DORATA: UN PERICOLO SOTTOVALUTATO



Ilias Kasidiaris, portavoce di Alba Dorata, ammiratore di Hitler e delle Waffen SS, convinto negazionista. 
Leggo sull'Unità di ieri:Grecia/ Azione del governo per dichiarare fuorilegge Alba DorataRoma, 21 set. (TMNews) - Il governo di Atene ha avviato la procedura per dichiarare fuorilegge il partito Alba Dorata, dopo l'omicidio di un artista commesso tre giorni fa da uno dei membri del partito neonazista. Stando a quanto riporta oggi il Wall Street Journal, giovedì scorso il governo ha presentato alla procura la documentazione in cui si attesta che Alba Dorata ha agito come un'organizzazione criminale organizzata, rappresentando così una minaccia all'ordine pubblico.
http://www.unita.it/notizie-flash/grecia-azione-del-governo-per-dichiarare-fuorilegge-alba-dorata-1.522644
Non c'è da rallegrarsi tanto per la sensibilità democratica dei governanti greci, fino all'altro giorno i partiti di governo auspicavano una collaborazione con il partito di Alba Dorata dopo le elezioni. Per quanto riguarda le questioni di fondo il loro linguaggio è quasi lo stesso, cambiano solo i toni e le sfumature. Fino ad oggi hanno sempre coperto e tollerato in un modo o nell'altro le marachelle dei “cattivi ragazzi” di ultradestra. Le forze dell'ordine poi sono sempre state conniventi con questo movimento politico, spesso chiudendo tutti e due gli occhi di fronte alle aggressioni e le vessazioni dei militanti di Alba Dorata.

Per il partito di Nea Dimocratia, che aspira a formare un governo senza i socialisti e la Sinistra moderata, l'esistenza di un partito molto forte alla sua destra che ruba consensi e non è “prevedibile” costituisce un enorme problema che va affrontato. Una strategia da seguire è quella dell'antifascismo di facciata per mettere nell'angolo i neonazisti sperando di recuperare consensi a loro spese. Ma sarà una gara dura, l'uovo di serpente si è schiuso, il movimento coccolato per tutti questi anni mira a diventare partito di governo con le buone o con le cattive. Già da tempo si finanzia attraverso il “pizzo” (la protezione che riscuote dai negozianti extracomunitari) ora anche con l'aiuto in moneta sonante degli armatori greci (1), che costituiscono la punta di diamante del capitalismo greco (secondo Wikipedia la flotta mercantile greca è la più grande del mondo) (2) apre nuove sedi in Grecia ma anche all'estero, con l'intento di esportare la sua malvagia ideologia anche nei Paesi - soprattutto anglosassoni - dove sono presenti forti comunità greche.


Grecia, rapper antifascista ucciso da Alba Dorata

Pavlos Fyssas, rapper antifascista di 34 anni noto col nome di Killah P, è stato accoltellato a morte questa notte dai fascisti di Alba Dorata.
Il tutto è avvenuto nel sobborgo di Keratsini, a ovest di Atene, dove Killah P stava passeggiando assieme alla fidanzata e altre due persone; intorno alla mezzanotte un gruppo di una ventina di neofascisti ha cominciato ad urlare insulti nei loro confronti e poco dopo si è messo a rincorrerli fino a corso Lampraki, dove da una seconda strada è spuntato un altro gruppo di appartenenti ad Alba Dorata che ha circondato il rapper.
E’ stato a quel punto che una macchina ha inchiodato nei pressi del gruppo che stava aggredendo Killah P, il guidatore è sceso e ha accoltellato il rapper antifascista prima al cuore e poi all’addome.
L’intera scena si è svolta sotto lo sguardo di una moto della polizia che solo ad aggressione compiuta e con la maggior parte del gruppo di fascisti ormai dileguatosi si è avvicinata e ha arrestato l’assassino del rapper: si tratta di un uomo di 45 anni appartenente ad Alba Dorata.
Killah P è stato portato via in ambulanza ma è morto poco dopo l’arrivo in ospedale per le gravi ferite riportate.
Stando ai primi racconti che circolano sul web da stanotte, le modalità con cui l’omicidio è avvenuto non lasciano molto spazio a dubbi rispetto al fatto che si sia trattato di una vera e propria aggressione programmata, svoltasi ancora una volta con la connivenza e la complicità della polizia greca che fin dal primo nascere della formazione neofascista di Alba Dorata ha sempre dimostrato ampie collusioni ed appoggio al gruppo e che questa notte ha lasciato che la violenza neonazista potesse compiersi indisturbata.
Tanto i media greci quanto quelli nostrani, inoltre, in parte hanno optato per il silenzio totale sulla notizia e in parte in queste ore stanno diffondendo resoconti dell’aggressione ampiamente falsati, riportando di una discussione calcistica degenerata in rissa all’esterno di un bar.
Dopo le innumerevoli aggressioni per mano di Alba Dorata a danno di migranti, antifascisti e militanti della sinistra che hanno costellato gli ultimi mesi (l’ultima risale solo a pochi giorni fa, quando 8 militanti del partito comunista KKE sono stati aggrediti non lontano dal luogo dell’omicidio di stanotte), il gruppo neonazista ha optato stanotte per una vera e propria trappola omicida da indirizzare contro chi, come KIllah P, ha sempre professato l’antifascismo nei testi delle proprie canzoni. E’ evidente che il tentativo di alzare la testa e le aggressioni compiute indisturbate da parte dei militanti di Alba Dorata si stanno compiendo grazie all’appoggio più o meno esplicito di polizia, parte dei media e dell’arco parlamentare, in un momento in cui il governo si trova a fronteggiare nuove e grosse difficoltà alle prese con nuove ondate di scioperi e proteste in tutta la Grecia.
Nel frattempo ad Atene e nel resto del paese sta montando la rabbia per la notizia dell’uccisione di Killah P e per questo pomeriggio è stata lanciata una manifestazione antifascista che partirà dal luogo dell’omicidio alle 18, mentre si preparano cortei anche a Thessaloniki, nei campus universitari e in diverse altre città greche.

Dall'ingresso in parlamento nel giugno 2012, il partito xenofobo non ha smesso di attaccare politici di sinistra, immograti e omossessuali, ma, godendo di uno stato di quasi impunità, ha anche consolidato la sua popolarità, toccando il 13% dei consensi, contro il 7% del 2012. L'indagine della polizia ha fatto emergere un legame diretto tra il partito e l'omicidio del rapper 34enne Pavlos Fyssas. Fyssas sarebbe stato aggredito di 40 persone, tra cui il 45enne che ha confessato di averlo ucciso; la polizia è giunta alla conclusione di un'aggressione premeditata dopo aver esaminato i tabulati telefonici della vittima, da cui sono emerse telefonate e messaggi in cui si invitata il rapper a recarsi sul posto dove poi è stato ucciso. Tra le telefonate è emersa anche quella del leader della sezione locale di Alba Dorata.
IlSole24ore 21 sett 2013

ll vero volto di Alba dorata
All'indomani dei funerali di Pavlos Fyssas, il rapper assassinato nella notte tra il 17 e il 18 settembre da un militante di Alba Dorata, To Ethnos pubblica alcune rivelazioni sulle "truppe d'assalto" del partito neonazista, usando un'espressione che riecheggia le SA di Adolf Hitler.
In una lunga intervista, un ex esponente di Alba Dorata, la terza forza politica del paese entrata in parlamento nel giugno del 2012,racconta al quotidiano che "per entrare nel partito bisogna dimostrare di essere capaci di atti violenti e che non si ha paura di colpire". I militanti che hanno lasciato il partito o sono stati espulsi sono oggetto di una "vessazione telematica", in particolare sui social network. L'ex militante spiega inoltre che Alba Dorata chiede ai suoi affiliati di fornire "protezione" ai commercianti, in particolare contro la mafia albanese, e che stranamente i vestiti raccolti i "per i greci" nelle collette organizzate dal partito finiscono spesso sui banconi dei negozi dei pachistani.
Secondo Kathimerini "il governo ha aperto il dossier Alba Dorata": i ministri e le forze dell'ordine sono in stato d'allerta. Un disegno di legge per condannare i partiti come Alba Dorata in quanto "gruppi terroristi" sarà pronto al più presto. Ieri sera il ministro dell'ordine pubblico ha trasmesso al procuratore generale un documento contenente 30 nomi dei militanti più pericolosi di Alba Dorata.


Anche la stampa di sinistra ha dato un taglio “calcistico” alla vicenda, infatti il fatto quotidiano all'indomani dell'uccisione parla di “lite per una partita”:

Grecia, giovane ucciso da militante Alba Dorata. Proteste in tutto il Paese

Una lite per una partita di calcio si trasforma in una rissa per motivi politici: un 45enne iscritto al partito neonazista se ne va e torna con una quindicina di persone. La vittima (un rapper militante di sinistra) è stata accoltellata al cuore e alle costole. Il presidente Papoulias: "Sdegno"




(1) http://www.ant1iwo.com/ellada/2013/09/21/guardian-ellhnes-efoplistes-xrhmatodotoy/
(2) http://en.wikipedia.org/wiki/Greece#Maritime_industry 

giovedì 13 giugno 2013

UNA LEZIONE DI DEMOCRAZIA: MULTE ALLE TV TURCHE CHE TRASMETTONO LE PROTESTE

“ … Il Consiglio Supremo della Radio e della Tv (Rtuk) turco, organismo di controllo nominato dal governo Erdogan, ha multato le piccole tv che hanno trasmesso in diretta le manifestazioni di protesta. Lo riferisce Hurriyet online.
Rtuk motiva così la sanzione: ”Hanno danneggiato lo sviluppo fisico,morale e mentale di bimbi e giovani”.
Fra le emittenti multate c’è anche Halk Tv, una piccola tv privata vicina all’opposizione che ha avuto un enorme aumento di popolarità nelle ultime settimane per essere stata la sola a coprire in diretta continua le manifestazioni.
Gli oppositori hanno denunciato il silenzio sulla protesta, su pressione del governo, delle grandi Tv di informazione, che hanno trasmesso fra l’altro due settimane fa soap o documentari sui pinguini durante i primi duri scontri di Taksim”.

Una lezione di pluralismo, non c'è che dire, ma tutto sommato non è stata una brutta idea, devono aver pensato i nostri governanti, se il governo della vicina Grecia può permettersi di chiudere 3 canali tv e 28 radio da un giorno all'altro, una multa per aver trasmesso cose sgradevoli al governo può sembrare una cosa da niente.

Lo dichiara il ministro degli Esteri Emma Bonino, riferendo alla Camera sulla situazione in Turchia. “Un esame di maturità per il governo turco ... Ma dobbiamo evitare l’errore di guardare alla Turchia con l’ottica ingannata da modelli illusori. Si è sentito parlare di ‘primavera turca – ha sottolineato il ministro -, ma non è così. I turchi non sono arabi, e queste manifestazioni ricordano maggiormente quelle che abbiamo visto nelle nostre capitali, come occupy wall street. In Turchia – ha detto ancora Bonino - c’è un malessere diffuso causato anche dalle aggressioni subite dalla stampa ma anche dal mondo femminile. Un malessere acuto dovuto anche ad alcune scelte del governo e alle privazioni di alcune libertà personali... La Turchia è chiamata a decidere se vuole diventare una democrazia matura. Occorre continuare a incoraggiare l’adesione di principi di pluralismo. Vogliamo una Turchia – ha concluso - pienamente democratica in Europa. Per raggiungere questo obiettivo occorrono leadership lungimiranti da una parte e dell’altra. 

Ma se la Bonino è ambigua e non prende una posizione di chiara condanna, i nostri amici del PD sono ancora più comprensivi. Infatti leggo che...

Il futuro e il presente della Turchia ci interessa perché da lì parte e passa anche il futuro della costruzione europea. Abbiamo a cuore il futuro della Turchia perché abbiamo a cuore come noi costruiamo uno nuovo spazio di valori e cooperazione per costruire la pace e la democrazia”. Lo ha detto Vincenzo Amendola, capogruppo Pd in commissione Esteri durante il dibattito sull’informativa del ministro degli Esteri, Emma Bonino, sui recenti scontri in Turchia.
Siamo preoccupati - ha proseguito Amendola - per gli eventi che si stanno susseguendo dalla sera del 31 maggio; possiamo riflettere su di noi, su la costruzione dell’identità europea e sulla mancanza di coerenza tra valori europei e prassi quotidiana. Davanti a fatti drammatici come quelli che stanno accadendo in Turchia in questi giorni non sono ammissibili assoluzioni ma neanche affermazioni come ‘la pazienza ha un limite’. Piazza Taksim non è piazza Tahrir perché la Turchia ha avviato un cammino democratico da decenni. La nostra forza di europei che vogliono la Turchia dentro uno spazio comune di valori (sono curioso di capire qual'è secondo Amendola lo spazio comune di valori tra Erdogan e il Partito Democratico), democrazia e cooperazione fa sì che noi possiamo giocare un ruolo importante in queste ore, come il ministro Bonino sta facendo con parole chiare e di grande amicizia”.

Quindi la Turchia ha avviato un cammino democratico da decenni. Oppure dobbiamo dire così per non creare incidenti diplomatici. Oppure tutto sommato un modello di repubblica autoritaria, violenta, oscurantista, neoliberista ci sta anche bene, anzi bisognerebbe importarlo anche da noi in Italia.


domenica 2 dicembre 2012

Sanità: gli inconfessabili progetti del prof. Monti





Roma, 27 nov. 2012(Adnkronos Salute) - "La sostenibilità del nostro Sistema sanitario nazionale, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantita se non si individuano nuove modalità di finanziamento". Lo dice Mario Monti intervenendo in collegamento a Palermo."Andiamo fieri del nostro Servizio sanitario nazionale, il ministro Balduzzi lavora incisivamente per migliorarlo ulteriormente. In futuro la sostenibiltà dei sistemi sanitari potrebbe non essere garantita se non si individuano nei prossimi due anni nuove modalità di finanziamento e di organizzazione dei servizi e delle prestazioni"

Roma, 28 nov. 2012 “Affermare la necessità di rendere il servizio sanitario pienamente sostenibile non ha nulla, proprio nulla a che vedere con la logica della privatizzazione” ha precisato il presidente del Consiglio...

Possibile che il professore si sia espresso male, che i giornalisti abbiano frainteso le sue affermazioni? Non pare credibile, il suo parziale dietrofront è dovuto a ragioni mediatiche, da “tecnico” è obbligato a tenere i toni bassi, ma la logica e le linee guida che vengono seguite dal suo governo sono proprio quelle: smantellare la sanità pubblica. Non a caso il mese scorso sul Corriere della sera era apparso un articolo di un autorevole consulente del governo, Francesco Giavazzi che sosteneva che non siamo più in condizioni di garantire l'assistenza sanitaria a tutti, e che bisogna limitarla ai più poveri, facendo pagare direttamente le prestazioni al ceto medio. Cosa dire poi della proposta del ministro della Salute Renato Balduzzi a proposito della “franchigia” per far pagare ai cittadini le spese sanitarie.
Come osserva Roberto Pizzuti nel suo articolo “L'antieuropeismo dei tagli alla sanità” (il manifesto 29 novembre 2012) “... Sia nella previdenza che nella sanità l’agenda Monti vuole non aggiungere nuove prestazioni private a quelle pubbliche, ma sostituire le prime alle seconde che, a tal fine, vengono consistentemente indebolite e rese inadeguate alle necessità. In entrambi i casi l’effetto sarà che i bisogni di sicurezza previdenziale e sanitaria saranno soddisfatti utilizzando lo strumento di mercato che è indiscutibilmente più costoso, meno efficace e meno equo poiché discrimina in funzione del reddito l’accesso a servizi di natura primaria. Naturalmente, qualcuno ci guadagnerà e per riuscirci cercherà di coinvolgere chi potrà essere utile a raggiungere quel risultato, ma il Paese nel suo insieme ci rimetterà”.
Infatti quando Monti parla di “fonti di finanziamenti alternativi” per sollevare le sorti della sanità si riferisce alla assicurazioni private, che sono il cardine del sistema sanitario americano. Un sistema che non funziona, che è costosissimo, per niente efficace, profondamente discriminatorio ed ingiusto. Non dimentichiamo che negli Stati Uniti ci sono 50 milioni di persone che non sono coperte da alcun tipo di assistenza. Non a caso la presidenza Obama ha voluto intervenire per modificare questa situazione insostenibile. Ma la scelta del governo Monti è una scelta ideologica: segue la logica del neoliberismo, dell'individualismo sfrenato, del primato del mercato sulla società.
Tornerò sull'argomento.

Per approfondire:

Sei malato? Ti tirano le pietre di Furio Colombo Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2012
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/29/sei-malato-ti-tirano-pietre/430706/

La ricetta americana di Monti di Felice Piersanti, da il manifesto, 29 novembre 2013
http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-ricetta-americana-di-monti/

L'antieuropeismo dei tagli alla sanità di Felice Roberto Pizzuti - il manifesto 29 novembre 2012
http://rifondazionecomunistatadino.blogspot.it/2012/11/lantieuropeismo-dei-tagli-alla-sanita.html

Sanità: l'insostenibilità di Monti - Maura Cossutta – Altrenotizie (30 Novembre 2012)
http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o36561:e1

domenica 26 agosto 2012

Progressisti e moderati: il gioco delle tre carte



Avete visto il manifesto per la festa del partito democratico? All'insegna della sobrietà, non c'è che dire, qualsiasi grafico alle prime armi farebbe meglio, senza dubbio, ma il problema non è solo estetico. Tutta l'impostazione rispecchia la logica conformista e conservatrice che da tempo ormai sta paralizzando il PD. In mezzo alla composizione è stato posizionato un nastro/bandiera tricolore che si perde in alto a destra (ovviamente, tanto per capirci). Sotto c'è lo slogan principale: “dalla parte dell'Italia”. Dell'Italia? E già, fa tanto impresa, imparzialità, se fosse scritto “dalla parte degli italiani”, oppure “della gente” oppure “dei non privilegiati” avrebbe potuto suggerire un0idea di critica sociale, cosa da evitare in modo assoluto per non infastidire gli alleati di governo, i “moderati”, i futuri alleati alle elezioni, oppure le istituzioni europee ecc.
Un manifesto così può essere firmato tranquillamente da qualsiasi partito di destra: dall'estrema al centrodestra. Complimenti! Avanti così!

lunedì 16 luglio 2012

Hollande, no a pareggio di bilancio in costituzione (poveri francesi, non capiscono niente)


Leggo – con soddisfazione- che la Francia non intende inserire nella sua costituzione l'obbligo del pareggio di bilancio: Lo ha dichiarato ieri l'altro (14 luglio) il presidente francese, Francois Hollande, aggiungendo che le eventuali regole di bilancio possono essere inserite nella legislazione ordinaria, che dovrà prevedere un'inasprimento fiscale per i redditi alti al fine di finanziare il welfare senza aumentare il deficit. Nessuna fretta, nessun allarme, nessuna emergenza. 

Invece noi abbiamo fatto meglio, già tre mesi fa, praticamente senza nessun dibattito e con l'assenso del Partito Democratico è stata votata con maggioranza bulgara al Senato (295 sì e 11 no) la legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, che prevede appunto che «...lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico».
Una lettura della crisi e una falsa ricetta per uscirne dettata dalle banche franco-tedesche e dalle politiche dalle destre conservatrici e neoliberiste europeee.


Un sito interessante dove vengono approfonditi argomenti simili:

giovedì 6 ottobre 2011

COME GUIDARE IL DEFAULT ITALIANO


di GUIDO VIALE

Il fallimento di uno Stato (il cosiddetto default) non è un evento puntuale ma un processo. L'evento puntuale è la dichiarazione con cui lo Stato comunica che non intende più o non è più in grado di pagare alcuni dei suoi debiti: cioè di rimborsare alla loro scadenza i titoli (bond) che ha emesso. L'evento può assumere varie forme: se la cosa avviene "inaspettatamente" può gettare nel caos il paese debitore, ma anche alcuni dei paesi creditori (quelli le cui banche o i cui risparmiatori hanno accumulato quei bond) e, poi, il resto del mondo; o quasi.

Oggi la cosa sembra impensabile; ma abbiamo di fronte anni di turbolenza finanziaria che renderanno sempre più difficile prepararsi a eventi del genere.

Oppure può assumere forme "pilotate", con accordi che ripartiscano gli oneri del default tra debitore e creditore, cercando di contenere i danni; può avvenire in forma parziale, attraverso la promessa di rimborsare solo una parte del valore nominale dei bond; o in forma "selettiva", differenziando l'entità del rimborso a seconda della tipologia dei creditori (garantendo un rimborso maggiore ai piccoli risparmiatori, uno minore ai grandi investitori nazionali e uno ancora inferiore o nullo a quelli esteri). Oppure può avvenire sterilizzando il debito, il cui valore nominale resta inalterato, ma il cui rimborso viene procrastinato nel tempo.

Scelte del genere non comporterebbero necessariamente "l'uscita dall'euro" degli Stati insolventi: non ci sono "procedure per farlo" - e non è una cosa semplice - e scatenerebbero una fuga dall'euro di tutti gli Stati a rischio; cioè la dissoluzione della moneta unica, gettando l'Europa in un caos anche peggiore. Inoltre, non è detto che il ritorno a una moneta nazionale comporti, per lo Stato in default, un recupero di competitività con una svalutazione e il ritorno a una bilancia dei pagamenti in equilibrio. Se il tessuto produttivo non c'è, o è inadeguato, la svalutazione non basta per togliere quote di mercato ai più forti in campo tecnologico e amministrativo: soprattutto in un mercato in contrazione, come sarà quello europeo, e mondiale, nei prossimi anni.

In ogni caso, di fronte a una stretta del credito (credit crunch) potrebbero svolgere un ruolo decisivo la creazione e la moltiplicazione di "monete" a base locale emesse, in circuiti ristretti, su basi fiduciarie. È un tema che meriterebbe maggiore attenzione. Le conseguenze delle alternative qui prospettate non sono ovviamente le stesse; ma in tutti i casi il default non è una passeggiata: una notevole contrazione della circolazione monetaria, della produzione, dell'occupazione legata alle attività in essere, dei redditi e del potere di acquisto è inevitabile, come lo sono una fuga di capitali - se le reti per intercettarli non sono adeguate - un blocco degli investimenti esteri e privati e l'impossibilità, per diversi anni, di ricorrere a nuove emissioni (cioè di fare altri debiti). Ma, a ben vedere, questi non sono che in minima parte "effetti" dell'evento default, bensì i fenomeni che lo precedono e lo preparano: sono il default come processo. Quello che stiamo vivendo.

Prendiamo il caso della Grecia. È palesemente in default da oltre un anno: da quando Papandreou ha preso atto delle condizioni in cui era stato lasciato il bilancio dello Stato. Non avrà più, per decenni, la possibilità di ripagare il suo debito, ma nemmeno di far fronte agli interessi per rinnovarlo alle scadenze. Le politiche imposte dalla "troika" dell'Unione europea (Commissione, Bce, Fmi) ne strangolano l'economia rendendo irreversibile la corsa al default. Tuttavia solo da qualche settimana alcuni economisti mainstream cominciano a dirlo e qualche politico o banchiere a prospettarlo. Gli speculatori invece lo sanno da tempo (stanno acquistando bond greci a un terzo del loro valore nominale, perché, quando il default sarà dichiarato, la Bce glieli ricomprerà al doppio). Ma allora, perché la troika non impone subito alla Grecia un default pilotato? Perché nel frattempo, con la scusa di evitarlo, la depreda; cioè, la fa depredare dalla finanza internazionale che è il suo mandante: stipendi, occupazione, pensioni, sanità, scuole, servizi pubblici, spiagge, isole, porti, tutto viene messo in vendita - a prezzi di saldo, per costituire il "tesoretto" da devolvere ai creditori; e per cedere alla finanza internazionale i beni comuni del paese. Questo è il default come processo.

E l'Italia? Siamo sulla stessa strada, a una tappa di poco precedente: ma anche il processo del nostro default è in pieno corso. Le imposizioni della Bce all'Italia sono state dettagliate nella lettera "segreta" di Trichet e Draghi, che contiene un vero e proprio programma di governo; il che manda all'aria le lamentele di coloro che attribuiscono la crisi in corso alla mancanza di un vero governo dell'Unione europea: quel governo invece c'è, eccome! Solo che non fa quello che chi ne denuncia la mancanza vorrebbe che facesse. Anzi, fa l'esatto opposto; e non per insipienza, ma per corrispondere agli interessi di chi manovra i cosiddetti mercati; che poi mercati non sono, bensì potere di vita e di morte sull'intero pianeta. Il programma di governo di Draghi e Trichet è uguale a quello che sta accompagnando la Grecia al default: privatizzazione dei servizi pubblici e dei beni comuni, taglio delle pensioni, degli stipendi e dell'occupazione nel pubblico impiego (scuola e sanità al primo posto); abolizione dei contratti, libertà di licenziare; azzeramento del deficit a suon di tasse sui meno abbienti.

Ha quel programma la minima possibilità di rimettere in sesto l'economia italiana? Di rilanciare la crescita (parola magica e assolutamente vuota in nome della quale si giustifica ogni assalto alle condizioni di vita di intere nazioni)? Dimenticando tra l'altro che la crescita (del Pil) si sta dileguando in tutta Europa e segna il passo, o sta per farlo, anche nei principali paesi "emergenti", cui era affidata la speranza di un traino dell'economia mondiale fuori dalle secche della crisi. E dimenticando, soprattutto, che un nesso tra la crisi economica e l'impossibilità di una crescita illimitata in un pianeta finito ci deve pur essere (ma si contano sulle dita di una mano, anche tra gli economisti non mainstream, quelli che se ne ricordano). L'economia italiana, quand'anche raggiungesse il pareggio di bilancio con le manovre decise e quelle ancora da fare (cosa improbabile), avrebbe pur sempre 70 miliardi di interessi da sborsare ogni anno (il 5 per cento del Pil); in più, per rispettare il patto euro-plus, dovrebbe recuperare ogni anno il 5 per cento del 40 per cento del suo debito (40 miliardi circa: un altro 3 per cento di Pil): una cura da cavallo a cui anche un tessuto produttivo come quello italiano - che pure ha potenzialità maggiori di quello greco - non potrà che soccombere. In un mondo percorso da continue turbolenze finanziarie e da una crescita evanescente, l'economia italiana non potrà mai raggiungere performances sufficienti a centrare obiettivi del genere. Il default come processo è quindi in corso. Certo la situazione potrebbe cambiare se cambiassero le regole di governance dell'euro. Se la Bce emettesse gli eurobond (ma forse non basterebbe); se potesse creare moneta come fanno le vere banche centrali; se l'Unione europea adottasse politiche fiscali comuni a tutti gli Stati; se si varasse subito una consistente Tobin tax; se... Ma non sta succedendo nulla di tutto ciò; e niente lascia pensare che succeda. A meno che...

A meno che gli Stati messi alle corde - come hanno fatto banche e assicurazioni nel 2008 - non prendano atto che il coltello dalla parte del manico ce l'hanno i debitori e non i creditori, perché sono too big to fail, mettendo in campo la vera alternativa del momento: quella tra il default come processo e il default come evento, fatto compiuto. Allora sì che l'Europa correrebbe ai ripari! Certo ad adottare una politica del genere non sarà l'attuale governo, né quello che si sta allenando a bordo campo con la benedizione di Confindustria: quella che ha coccolato per diciassette anni Berlusconi dimostrando - tra l'altro - di essere un allenatore da strapazzo. Questa alternativa è un varco obbligato per chiunque accetti di dare voce alle forze, sempre più ampie, sempre meno disperse, sempre più transnazionali, che ieri dicevano «la vostra crisi non la paghiamo» e che oggi hanno tradotto questo comune sentire in un obiettivo preciso: «il debito non si paga!» Certo un obiettivo del genere non basta: ci vogliono anche non grandi opere per rilanciare la crescita, come è nella proposta degli eurobond e negli sproloqui di Confindustria, bensì programmi di conversione ecologica: promozione delle energie rinnovabili, efficienza energetica, agricoltura e mobilità sostenibili, riciclo totale nella gestione di risorse e rifiuti, manutenzione del territorio e rinaturalizzazione di quello non costruito, accoglienza e istruzione per tutti e tutte le età, ricerca mirata alla conversione; e poi, reperimento delle risorse "mettendo le mani nelle tasche" di quegli italiani che Berlusconi e Tremonti hanno protetto per anni; e azzerando gradualmente produzioni e opere inutili o dannose. Ma se non si affronta in modo radicale il nodo del debito, la politica scompare (anzi, non ricompare più) perché vuol dire che si accetta come fatto compiuto il trasferimento della sovranità dal popolo ai "mercati".

Guido Viale
Fonte: www.ilmanifesto.it
5.10.2011


http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20111005/manip2pg/15/manip2pz/311090/
http://www.comedonchisciotte.org/site//modules.php?name=News&file=article&sid=9093


martedì 23 agosto 2011

Il Piano europeo non ridurrà il debito greco


di Peter Allen, Barry Eichengreen e Gary Evans 
articolo apparso il 5 agosto 2011 su
http://www.bloomberg.com/news/2011-08-05/europe-s-plan-won-t-cut-greek-debt-allen-eichengreen-and-evans.html


Gli analisti che si sono occupati del vertice dell'Unione europea del mese scorso hanno cercato di trovare il motivo per il quale il piano di salvataggio del debito greco sembra non sia riuscito a risollevare la fiducia degli investitori.  Sono state avanzate molte ipotesi: l'incapacità di comunicazione in modo chiaro, la complessità del progetto, la mancanza di coordinamento con il Fondo Monetario Internazionale.
C'è una spiegazione più semplice: l'accordo per la  riduzione del debito è fallito perché non riduce il debito.
La Grecia d'altronde ottiene una riduzione dei tassi di interesse e un allungamento della scadenza del  suo prestito dal Fondo Europeo per la Stabilità Finanziaria. Ma il prestito è stato supervalutato, e il paese dovrà  pagare l'addizionale debito ufficiale.
Il governo di Atene ottiene anche un programma di riacquisto di bond da 20 miliardi di euro (28,7 miliardi dollari), finanziato dalla EFSF. Ma ancora una volta, il paese dovrà rimborsare i fondi utilizzati per finanziare il riacquisto, e in più un 3,5 per cento di interessi.
Tutto questo è un aiuto modesto perché il governo greco deve pagare più del 3,5 per cento per autofinanziarsi sul  mercato. Se non altro  il contribuente europeo ha fatto qualcosa per ridurre l'asfissiante carico del debito della Grecia.
Ma il "contributo" che devono dare le banche è una storia diversa. Ci viene detto che le istituzioni finanziarie che detengono titoli di stato greci dovranno cancellare parte del debito. Ci è stato detto dalla lobby dei banchieri, l'Institute of International Finance, che la riduzione dell'attuale valore netto dei loro titoli è del 21 per cento.

Nessun “Haircut”
Questa percentuale non ha nulla a che fare con l'entità della riduzione del debito della Grecia. Quello che alcuni analisti hanno erroneamente chiamato un "haircut" è semplicemente lo sconto relativo al valore nominale con il quale le bond options saranno scambiate sul mercato secondario, ipotizzando un rendimento dei titoli greci  del 9 per cento.
Per misurare correttamente il servizio e la riduzione del debito, questi valori devono essere confrontati con il tasso di interesse medio del 5,02 per cento con il quale la Grecia paga attualmente le sue obbligazioni. Quando viene preso in considerazione questo valore, anche la tanto decantata riduzione del 20 per cento sul discount bond option è molto più bassa sul valore base attuale, perché il tasso d'interesse nominale dei nuovi bond è più alto rispetto a quello dei vecchi.
La discount bond option a 30 anni, che dovrebbe scambiate il nuovo debito con le obbligazioni esistenti all' 80 per cento del valore nominale, per esempio, ha un tasso d'interesse nominale iniziale del 6 per cento, che sale al al 6,5 per cento il quinto anno e al 6,8 per cento dal 10mo al 30mo anno. La Grecia realizza solo 22 punti base di risparmio sugli interesse per i  primi cinque anni e avrà un risparmio di interessi annui negativo per i successivi 25 anni.

Piccoli Sconti
Anche tenendo conto che la Grecia ripagherà solo l'80 per cento del capitale originario alla fine del 30mo anno, il valore attuale del debito scende solo dell' 1,78 per cento in questa opzione. Questo valore è molto lontano dalla riduzione del 20 per cento che molti analisti si sono affrettati di applaudire...
Nella tabella allegata usiamo le ipotesi dell'  Institute of International Finance  per mostrare come questa operazione influenzerà le finanze della Grecia.


L'accordo contribuisce ad estendere la scadenza dei titoli greci. Quando però arriverà alla sua conclusione, il valore attuale del debito diminuisce solo del 6,78 per cento, o di 9,15 mld €, anche se si accetta l'ipotesi -sicuramente troppo ottimistica- di una partecipazione del 90 per cento dei possessori di obbligazioni. Questa è una proposta costosa, dato che la Grecia dovrà acquistare 42 mld  € di zero-coupon bonds per collateralizzare i pagamenti di capitale obbligazionario. 

Un accordo ingiusto
Questo è un accordo ingiusto prima di tutto per la Grecia. Ed è anche un cattivo accordo per l'area dell'euro, i cui leader ancora una volta non sono riusciti a contenere la crisi. Ed è un cattivo accordo per il contribuente europeo, il quale dovrà sopportare tutti i sacrifici, mentre le banche non ne faranno alcuno.
Perché sono andate così male le cose?
Una risposta è che nessuno dei partecipanti - l'Unione europea, i leader francesi e tedeschi, l'Institute of International Finance – sapesse che cosa stava facendo. Una riduzione del 21 per cento del valore attuale netto suona impressionante, ma non ha alcuna attinenza con  l'importo che questo scambio toglierà dal debito della Grecia. Nessuno ha calcolato il fatto gli zero-coupon bonds a 30 anni sono molto più costosi oggi che i tassi si interesse sono bassi, rispetto a  20 anni fa, ai tempi del Piano Brady. Nessuno ha capito che la conversione del debito in realtà ha portato ad un aumento dei  pagamenti di interessi annui per la Grecia, se si calcola il costo del debito per comprare il capitale obbligazionario collaterale.

Un colpo a chi presta
Può risultare difficile credere che degli esperti possano essere così male informati. L'unica altra spiegazione è che il solo scopo dell'esercitazione è stato quello di indurre in errore. Le banche possono sostenere di aver subito un altro colpo. I parlamentari tedeschi possono dire che il settore privato è stato costretto a "partecipare" al salvataggio della Grecia, mentre in realtà, anche con l'allungamento delle scadenze prenderanno una grandissima parte degli interessi originali.
Questo accordo dovrebbe essere stralciato.  Al suo posto, l'UE dovrebbe creare una vera conversione del debito con veri “haircuts” per le banche ed una significativa riduzione del debito della Grecia.
La buona notizia è che ci sarà l'occasione per cambiare rotta. Il debito della Grecia è ancora insostenibile, e dovrà essere ristrutturato ancora.


(Barry Eichengreen è professore di economia e scienze politiche presso la University of California, Berkeley. Peter Allen e Gary Evans sono economisti che hanno lavorato sulle ristrutturazioni del Piano Brady del debito emergente negli anni 1990 e servito come consulenti finanziari per il governo della Polonia.)


Peter Allen, Barry Eichengreen, Gary Evans, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale, Grecia, EFSF, Institute of International Finance, University of California, Piano Brady

domenica 14 agosto 2011

“La gente chiede rigore”, parola di Tremonti



La maxi manovra del Governo è stata presentata due giorni prima di ferragosto. Un Tremonti indeciso e un Berlusconi sicuro di sé (complice la sua nuova chioma dipinta/incollata ancora più folta) hanno elencato un insieme di misure populiste e reazionarie: con la scusa della crisi e delle richieste dei partner europei intendono smantellare diritti fondamentali, svendere il patrimonio pubblico, tagliare, spremere, tassare, sfinire chi non può difendersi, i meno privileggiati. Per non parlare della fissa dell'abolizione della contrattazione collettiva, oppure dell'idea di cambiare la Costituzione per non permettere la spesa in deficit.
Non sono state toccate le pensioni e non sono stati ridotti gli stipendi nel pubblico impiego, “per ora”, ma i dipendenti delle amministrazioni pubbliche che non rispettano gli obiettivi di riduzione della spesa potrebbero perdere il pagamento della tredicesima mensilità. Cioè se sbaglia chi dirige le conseguenze le pagheranno i sottoposti. Un modo per abituarsi all'idea che di stipendio si prenderà sempre di meno.
Una semplice domanda: queste misure porteranno ad una nuova crescita? Non vedo come. Ma non sono state pensate per tale scopo, il progetto dei nostri governanti, come del resto del trio Trichet-Merkel-Sarkosy è quello di imporre pesanti riforme neoliberiste in tutto in continente, creando una società autoritaria, paternalistica, classista, sul modello ungherese per intenderci.
Le richieste dei nostri partner europei sono sempre le stesse: riduzione della spesa pubblica, taglio degli stipendi, “riforma” delle pensioni, libertà di licenziare per le imprese, aumento dell’IVA, smantellamento dello stato sociale,   liberalizzazioni, privatizzazioni, riforme strutturali e istituzionali “necessarie” (ma non si dice esattamente quali), svendita del patrimonio pubblico, incentivare il settore pubblico a scapito di quello privato. Quest'ultima è una grande contraddizione, perché in Italia e non solo, molte imprese private importanti sono gestite in modo pessimo. Difficile sostenere che la Parmalat, per fare un esempio, sia stata gestita in modo razionale, e le Ferrovie tedesche oppure quelle francesi (che sono pubbliche) invece no.
Bisognerebbe poi cercare di capire che cosa sia in realtà il modello di governo dell'Unione europea: distinti statisti che promuovono la democrazia e il benessere dei cittadini europei oppure  l'espressione politica degli interessi delle banche e dei settori industriali e finanziari dei due paesi leader, che senza nessun controllo democratico e partecipativo impone politiche suicide e riforme coatte al resto dei Paesi membri che diventano de facto Paesi a sovranità limitata.


Tremonti, Berlusconi, Trichet, Merkel, Sarkosy, Parmalat