mercoledì 25 aprile 2012

25 aprile: la perdita della memoria



Roma, 24 apr. (Adnkronos) - Il 25 aprile "è diventata la festa di tutto il popolo e la Nazione italiana. Nessuna ricaduta in visioni ristrette e divisive del passato, dopo lo sforzo paziente compiuto per superarle è oggi ammissibile". Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che oggi al Quirinale ha incontrato le Associazioni Combattentistiche e d'Arma, in occasione delle celebrazioni per il 25 aprile.
"E' una grande forza della democrazia - ha aggiunto il capo dello Stato – il promuovere occasioni di unità tra tutte le forze politiche e sociali che si riconoscono in fondamentali valori comuni, quelli che si celebrano in una giornata come il 25 aprile, quelli che sono sanciti nella prima parte della Costituzione repubblicana".
La Resistenza è stata "una grande esperienza collettiva nazionale", un "processo di altissimo valore ideale e morale, ma anche complesso e non esente da ombre", ha detto Napolitano. "Anche attraverso analisi e riflessioni critiche, e rimuovendo reticenze se non occultamenti della verità - ha proseguito -, si sono messi a fuoco momenti negativi o aspetti fuorvianti di un processo di altissimo valore ideale e morale, ma anche complesso e non esente da ombre. E si è lavorato tenacemente per liberare l'immagine e il volto della Resistenza dalle ferite di quel che fu anche guerra civile e dalle stratificazioni di ostilità e di odio di cui ancora rimanevano tracce".
L'Italia ha "assoluto bisogno di occasioni di unità, di terreni di dialogo e di responsabile collaborazione" per affrontare "con successo le gravi difficoltà finanziarie, economiche e sociali riconducibili a troppi ritardi e carenze nello sciogliere nodi strutturali e istituzionali che ostacolano il pieno dispiegamento delle straordinarie risorse ed energie su cui l'Italia può far leva", ha detto il presidente della Repubblica.
...
"Esperienza non esente da ombre", "momenti negativi o aspetti fuorvianti", "stratificazioni di ostilità e di odio", "visioni ristrette e divisive del passato" queste sono le parole che ha trovato per descrivere la Resistenza il nostro Presidente. Qualche anno fa un discorso del genere sarebbe stato considerato revisionismo storico ma oggi viene passato per equilibrato, un colpo alla botte e uno al cerchio.
Ma quali sono queste forze politiche e sociali che si riconoscono nei fondamentali valori comuni e con le quali dobbiamo celebrare la ricorrenza di oggi superando le divisioni del passato? Possiamo chiederlo al sindaco di Roma Alemanno che non se la sente di condannare il regime fascista (vedi sotto) oppure a Mario Borghezio che vorrebbe onorare i caduti della Repubblica di Salò (perché no? In fondo erano in buona fede).

25 aprile: Borghezio, domani andrei a onorare caduti Repubblica Sociale

 24 aprile 2012, ore 19:30
Roma, 24 apr. (Adnkronos) - "Se non fossi impegnato a fare il mio dovere di europarlamentare a Bruxelles", domani 25 aprile "andrei volentieri al cimitero centrale di Torino ad onorare le tombe dei dimenticati, cioe' i caduti della Repubblica Sociale Italiana". Lo ha detto Mario Borghezio, eurodeputato della Lega Nord, intervenendo a 'Un Giorno da Pecora'. "Nella mia vita - aggiunge rispondendo alle domande dei conduttori - non sono mai andato ad un corteo dell'Anpi e non ci andrei certo domani".

Veltroni si dimette da Museo Shoah "Alemanno, frasi ambigue"

La Repubblica, 8 settembre 2008
... Il sindaco di Roma ha fatto un distinguo tra il regime di Mussolini in generale e le leggi contro gli ebrei. Il primo, ha detto il sindaco, "non fu il male assoluto e non mi sento di condannarlo". Condanna che, invece, Alemanno riserva alle leggi razziali promulgate dal regime: "Quelle sono state il vero male assoluto". Una posizione diversa da quella di Fini che, nel 2003 in Israele, condannò il fascismo in toto chiamandolo, appunto, "il male assoluto". Una posizione, quella di Alemanno, che ha fatto insorgere la comunità ebraica, e non solo.  

domenica 4 marzo 2012

In Grecia non conviene ammalarsi



Uno scenario da brivido, per ora scongiurato, almeno in Italia, ma già presente in Grecia e non del tutto da escludere neppure per il nostro Paese nel prossimo futuro.
In base ai dati messi a disposizione dalla Federazione europea delle industrie e associazioni farmaceutiche (EFPIA), Italia, Grecia, Spagna e Portogallo devono dai 12 ai 15 miliardi di euro alle società farmaceutiche, tra cui le svizzere Roche e Novartis. Queste ultime due, di conseguenza, starebbero valutando di limitare le forniture di medicinali ai paesi debitori: “La situazione è oggettivamente gravissima”, ha dichiarato in un’intervista Dario Francolino, Head of Communications & Public Affairs Roche Italia. La sua azienda ha un fatturato di un miliardo all’anno, e solo verso la sanità italiana un credito di 500 milioni che le strutture sanitaria italiane stanno pagando con un ritardo di oltre 24 mesi. Per ora, dagli uffici svizzeri, nessuno ha ancora parlato esplicitamente di tagli alle forniture italiane, ma di "variare alcune cose sulle modalità di pagamento" con forme e modi ancora da definire.
Diversamente sono andate le cose in Grecia. Nel paese, la cui economia è ormai allo stremo, secondo le cifre rese note dall’Associazione Ellenica delle Compagnie Farmaceutiche, gli ospedali pubblici greci hanno saldato solo il 37% dei debiti contratti negli ultimi 18 mesi con le ditte produttrici di farmaci, cioè su un totale di debiti che raggiunge quota 1,9 miliardi di euro, solo 717 milioni di euro e, in base a quanto spiega Roche, alcuni ospedali non pagano i debiti da almeno tre o quattro anni.
A nulla era servito, poi, nel 2010, il tentativo di ripianare il debito con i fornitori pagando 400 milioni di euro attraverso bond greci (anzi: la trasformazione del debito farmaceutico in debito sovrano che ha portato la farmaceutica al possesso di un pacchetto di buoni greci del valore di 30 milioni di euro).
Dunque basta medicinali alla Grecia. Almeno agli ospedali. La Roche, infatti, ha sospeso la fornitura di medicinali alle strutture sanitarie, ma non alle farmacie. Per questo motivo si assiste a scene paradossali in cui i pazienti si recano a comprare di tasca loro un determinato medicinale e poi lo portano con sé all’ospedale per farselo iniettare dai medici.
Ma se la Grecia piange, il resto d’Europa non ride: lo stesso problema si ripropone, seppure con forme diversa, in altri paesi, dell’area euro: il nostro, Spagna e Portogallo. E la crisi potrebbe farsi davvero terribile.

http://paskdesy.blogspot.com/2012/03/la-scomparsa-dei-medicinali.html

giovedì 23 febbraio 2012

Salviamo la Grecia dai suoi salvatori

(buona parte della stampa italiana ha ignorato l'appello che segue, e non c'è da stupirsi. Anche i giornali di “sinistra” quando parlano della Grecia raccontano la situazione sempre dal punto di vista delle banche, usando una terminologia tecnicistica e toni paternalistici. Ieri su “il Fatto Quotidiano” StefanoVergine sembrava preoccupato perché i sondaggi danno la sinistra radicale greca intorno al 30% in caso di elezioni.)

 Salviamo la Grecia dai suoi salvatori
Vicky Skoumbi, Dimitris Vergetis, Michel Surya*
 Il caso greco e il suo epilogo sono arrivati a un punto di non ritorno. La battaglia da fare per costruire un'altra Europa Nel momento in cui un giovane greco su due è disoccupato, 25.000 persone senza tetto vagano per le strade di Atene, il 30 per cento della popolazione è ormai sotto la soglia della povertà, migliaia di famiglie sono costrette a dare in affidamento i bambini perché non crepino di fame e di freddo e i nuovi poveri e i rifugiati si contendono l'immondizia nelle discariche pubbliche, i "salvatori" della Grecia, col pretesto che i Greci "non fanno abbastanza sforzi", impongono un nuovo piano di aiuti che raddoppia la dose letale già somministrata. Un piano che abolisce il diritto del lavoro e riduce i poveri alla miseria estrema, facendo contemporaneamente scomparire dal quadro le classi medie. L'obiettivo non è il "salvataggio"della Grecia: su questo punto tutti gli economisti degni di questo nome concordano. Si tratta di guadagnare tempo per salvare i creditori, portando nel frattempo il Paese a un fallimento differito.Si tratta soprattutto di fare della Grecia il laboratorio di un cambiamento sociale che in un secondo momento verrà generalizzato a tutta l'Europa.
 Il modello sperimentato sulla pelle dei Greci è quello di una società senza servizi pubblici, in cui le scuole, gli ospedali e i dispensari cadono in rovina, la salute diventa privilegio dei ricchi e la parte più vulnerabile della popolazione è destinata a un'eliminazione programmata, mentre coloro che ancora lavorano sono condannati a forme estreme di impoverimento e di precarizzazione. Ma perché questa offensiva neoliberista possa andare a segno, bisogna instaurare un regime che metta fra parentesi i diritti democratici più elementari. Su ingiunzione dei salvatori, vediamo quindi insediarsi in Europa dei governi di tecnocrati in spregio della sovranità popolare. Si tratta di una svolta nei regimi parlamentari, dove si vedono i "rappresentanti del popolo" dare carta bianca agli esperti e ai banchieri, abdicando dal loro supposto potere decisionale. Una sorta di colpo di stato parlamentare, che fa anche ricorso a un arsenale repressivo amplificato di fronte alle proteste popolari. Così, dal momento che i parlamentari avranno ratificato la Convenzione imposta dalla Troika (Ue, Bce, Fmi), diametralmente opposta al mandato che avevano ricevuto, un potere privo di legittimità democratica avrà ipotecato l'avvenire del Paese per 30 o 40 anni. Parallelamente, l'Unione europea si appresta a istituire un conto bloccato dove verrà direttamente versato l'aiuto alla Grecia, perché venga impiegato unicamente al servizio del debito.
Le entrate del Paese dovranno essere "in priorità assoluta" devolute al rimborso dei creditori e, se necessario, versate direttamente su questo conto gestito dalla Ue. La Convenzione stipula che ogni nuova obbligazione emessa in questo quadro sarà regolata dal diritto anglosassone, che implica garanzie materiali, mentre le vertenze verranno giudicate dai tribunali del Lussemburgo, avendo la Grecia rinunciato anticipatamente a qualsiasi diritto di ricorso contro sequestri e pignoramenti decisi dai creditori. Per completare il quadro, le privatizzazioni vengono affidate a una cassa gestita dalla Troika, dove saranno depositati i titoli di proprietà dei beni pubblici.. In altri termini, si tratta di un saccheggio generalizzato, caratteristica propria del capitalismo finanziario che si dà qui una bella consacrazione istituzionale. Poiché venditori e compratori siederanno dalla stessa parte del tavolo, non vi è dubbio alcuno che questa impresa di privatizzazione sarà un vero festino per chi comprerà. Ora, tutte le misure prese fino a ora non hanno fatto che accrescere il debito sovrano greco, che, con il soccorso dei salvatori che fanno prestiti a tassi di usura, è letteralmente esploso sfiorando il 170% di un Pil in caduta libera, mentre nel 2009 era ancora al 120%. C'è da scommettere che questa coorte di piani di salvataggio - ogni volta presentati come 'ultimi'- non ha altro scopo che indebolire sempre di più la posizione della Grecia, in modo che, privata di qualsiasi possibilità di proporre da parte sua i termini di una ristrutturazione, sia costretta a cedere tutto ai creditori, sotto il ricatto "austerità o catastrofe".
 L'aggravamento artificiale e coercitivo del problema del debito è stato utilizzato come un'arma per prendere d'assalto una società intera. E non è un caso che usiamo qui dei termini militare: si tratta propriamente di una guerra, condotta con i mezzi della finanza, della politica e del diritto, una guerra di classe contro un'intera società. E il bottino che la classe finanziaria conta di strappare al 'nemico' sono le conquiste sociali e i diritti democratici, ma, alla fine dei conti, è la stessa possibilità di una vita umana. La vita di coloro che agli occhi delle strategie di massimizzazione del profitto non producono o non consumano abbastanza non dev'essere più preservata. E così la debolezza di un paese preso nella morsa fra speculazione senza limiti e piani di salvataggio devastanti diviene la porta d'entrata mascherata attraverso la quale fa irruzione un nuovo modello di società conforme alle esigenze del fondamentalismo neoliberista. Un modello destinato all'Europa intera e anche oltre. E' questa la vera questione in gioco. Ed è per questo che difendere il popolo greco non si riduce solo a un gesto di solidarietà o di umanità: in gioco ci sono l'avvenire della democrazia e le sorti del popolo europeo. Dappertutto la "necessità imperiosa" di un'austerità dolorosa ma salutare ci viene presentata come il mezzo per sfuggire al destino greco, mentre vi conduce dritto.
 Di fronte a questo attacco in piena regola contro la società, di fronte alla distruzione delle ultime isole di democrazia, chiediamo ai nostri concittadini, ai nostri amici francesi e europei di prendere posizione con voce chiara e forte. Non bisogna lasciare il monopolio della parola agli esperti e ai politici. Il fatto che, su richiesta dei governanti tedeschi e francesi in particolare, alla Grecia siano ormai impedite le elezioni può lasciarci indifferenti? La stigmatizzazione e la denigrazione sistematica di un popolo europeo non meritano una presa di posizione? E' possibile non alzare la voce contro l'assassinio istituzionale del popolo greco? Possiamo rimanere in silenzio di fronte all'instaurazione a tappe forzate di un sistema che mette fuori legge l'idea stessa di solidarietà sociale? Siamo a un punto di non ritorno. E' urgente condurre la battaglia di cifre e la guerra delle parole per contrastare la retorica ultra-liberista della paura e della disinformazione. E' urgente decostruire le lezioni di morale che occultano il processo reale in atto nella società. E diviene più che urgente demistificare l'insistenza razzista sulla "specificità greca" che pretende di fare del supposto carattere nazionale di un popolo (parassitismo e ostentazione a volontà) la causa prima di una crisi in realtà mondiale. Ciò che conta oggi non sono le particolarità, reali o immaginari, ma il comune: la sorte di un popolo che contagerà tutti gli altri. Molte soluzioni tecniche sono state proposte per uscire dall'alternativa "o la distruzione della società o il fallimento" (che vuol dire, lo vediamo oggi, sia la distruzione sia il fallimento). Tutte vanno prese in considerazione come elementi di riflessione per la costruzione di un'altra Europa. Prima di tutto però bisogna denunciare il crimine, portare alla luce la situazione nella quale si trova il popolo greco a causa dei "piani d'aiuto" concepiti dagli speculatori e i creditori a proprio vantaggio. Mentre nel mondo si tesse un movimento di sostegno e Internet ribolle di iniziative di solidarietà, gli intellettuali saranno gli ultimi ad alzare la loro voce per la Grecia? Senza attendere ancora, moltiplichiamo gli articoli, gli interventi, i dibattiti, le petizioni, le manifestazioni. Ogni iniziativa è la benvenuta, ogni iniziativa è urgente. Da parte nostra ecco che cosa proponiamo: andare velocemente verso la formazione di un comitato europeo di intellettuali e di artisti per la solidarietà con il popolo greco che resiste. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non adesso, quando?
 *Rispettivamente redattrice e direttore della rivista Aletheia di Atene e direttore della rivista Lignes, Parigi.
 Prime adesioni: Daniel Alvaro, Alain Badiou, Jean-Christophe Bailly, Etienne Balibar, Fernanda Bernardo, Barbara Cassin, Bruno Clement, Danièle Cohen-Levinas, Yannick Courtel, Claire Denis, Georges Didi-Hubermann, Ida Dominijanni, Roberto Esposito, Francesca Isidori, Pierre-Philippe Jandin, Jérome Lebre, Jean-Clet Martin, Jean-Luc Nancy, Jacques Ranciere, Judith Revel, Elisabeth Rigal, Jacob Rogozinski, Avital Ronell, Ugo Santiago, Beppe Sebaste, Michèle Sinapi, Enzo Traverso
 il manifesto 2012.02.22

domenica 12 febbraio 2012

La polizia greca intende arrestare gli esponenti di BCE, FMI, Unione Europea



Negli ultimi tempi le notizie che riguardano la Grecia vengono ignorate, oppure fatte passate da un filtro per diventare incomprensibili. L'intenzione  è quella di non far allarmare la gente che legge oppure che guarda la tv, perché, visto come stanno andando le cose, queste scene si ripeteranno prima o poi anche da noi. Tanto per fare un esempio, ho cercato di trovare la notizia sui giornali italiani ma non sono riuscito a trovare traccia:

La polizia greca non caricherà più i manifestanti e arresterà responsabili di UE, BCE e FMI che dovessero ripresentarsi in Grecia per aver tramato contro la democrazia:

"Il sindacato di Polizia Greca chiede l'ARRESTO dei rappresentanti della TROIKA! Uno dei principali sindacati della polizia ellenica, la Poasy, con una lettera resa di pubblico dominio ha chiesto alle autorità competenti di emettere ordini di arresto a carico dei rappresentanti in Grecia della cosiddetta 'troika', che accusano apertamente di voler strangolare il Paese attraverso le misure draconiane imposte al governo di Atene per evitare il default. Il messaggio e' stato fatto recapitare direttamente agli interessati: Poul Thomsen del Fondo Monetario Internazionale, Servaz Deruz della Commissione Europea e Klaus Mazuch della BCE. "Siate avvertiti", vi si legge, "del fatto che, in quanto legittimi delegati della polizia greca, esigiamo siano emessi nei vostri confronti ordini di arresto per una vasta gamma di reati previsti dalle leggi vigenti, in armonia con il nostro Codice Penale".

Fonte: http://www.beppegrillo.it/2012/02/la_polizia_grec.html

Ed ecco  la lettera tradotta dal greco:

Per i rappresentanti: presidente della Commissione europea: Servaz Nteroouz
Fondo Monetario Internazionale,: il signor Thomsen Pooul
Banca centrale europea, :Mr. Klaouz Mazouch
Signori,
Il Consiglio generale allargato della Federazione, con i rappresentanti di tutte le organizzazioni degli agenti di polizia del paese nel lavoro di ieri e di oggi 2012/08/02 2012/09/02 all'unanimità ha deciso di contattarvi e illustrarvi i seguenti punti:
Per due anni, la Federazione nazionale degli agenti di polizia, vi ha avvertiti che la politica di dettare misure che richiedono di essere attuate 'con la pistola alla tempia,"ha mandato all’aria la coesione sociale e ha fatto morire ogni speranza per la ripresa dell’economia greca.
Contemporaneamente, la nostra protesta è stata presentata presso la sede dell'Unione europea e le ambasciate di Germania e Francia, ed esprime la nostra opposizione a qualsiasi misura e politiche che offendono l'orgoglio e la sensibilità democratica della nostra gente.
Abbiamo avvertito che ci rifiutiamo di scontrarci con i genitori, i fratelli, i nostri figli, ogni cittadino di questo paese, che protesta e chiede cambiamenti .
Tutto quello che chiediamo politiche programmatiche che tutelino gli interessi dei lavoratori e di tutti noi che adesso viviamo sotto la soglia di povertà.
Gli interessi dei creditori degli usurai e dei capitalisti che bramano la nostra ricchezza nazionale, non può, secondo nessuna regola di diritto, essere prioritario rispetto ai bisogni primari della gente comune. Inoltre, la priorità della sopravvivenza dei cittadini di una nazione, è legge internazionale, che afferma la priorità della sopravvivenza del popolo, non solo per quanto riguarda la politica interna ,ma anche per la intera comunità internazionale.
Inoltre, non siamo né noi né la maggioranza della popolazione responsabili della crisi.
Invece, vediamo ancora una volta che si continua con le stesse politiche distruttive per tutti noi, vorremmo affermare categoricamente che in nessun caso accetteremo di essere comandati per uccidere i nostri fratelli.
Vi avvertiamo come legittimi rappresentanti della polizia greca, che pretenderemo di emettere immediatamente, come previsto dalla legge, mandato di cattura istantaneo per una serie di violazioni della legge, in conformità a specifiche disposizioni del codice penale, come ad esempio l'estorsione, ricatto, e il segreto tentativo di eliminazione o riduzione del nostro sistema politico democratico e della sovranità nazionale, e il danneggiamento di altri beni giuridici essenziali del popolo greco.

fonte:http://www.e-magazino.gr/epikairotit...sillipsis.html

http://www.nooz.gr/greece/entalma-sillipsis-tis-troikas-zitoin-astunomikoi

giovedì 19 gennaio 2012

I bassi salari colpiscono la produttività



Stefano Perri fonte: il manifesto 12 gennaio 2012
Si parla molto, in questa difficile situazione economica, di equità. Tuttavia la parola rischia di perdere significato. La parola equità, secondo la definizione del dizionario, deriva dal termine eguaglianza ed è sinonimo di giustizia, imparzialità: una misura o un’azione è equa se non favorisce in modo ingiustificato un soggetto o un gruppo di soggetti rispetto ad altri.
Tuttavia la parola assume significato solo se si dichiara rispetto a quale sistema di valori si intenda perseguire l’equità. Nella situazione attuale, ma la distinzione risale molto indietro nel tempo, mi sembra che si confrontino due concetti differenti di equità: il primo si riferisce principalmente alle regole del mercato. In questo senso sarebbe iniqua qualsiasi situazione favorisca un gruppo rispetto a un altro distorcendo le regole del mercato e producendo rendite di posizione, ad esempio, per le generazioni presenti rispetto a quelle future, per le imprese protette dalla concorrenza rispetto a quelle che operano in settori aperti, o per i lavoratori garantiti rispetto agli altri e via dicendo. In questo senso, per fare un esempio banale, una partita di calcio è equa se sono rispettate le regole del gioco.
A questa concezione se ne contrappone un’altra, secondo la quale l’equità è prima di tutto giustizia intesa come eguaglianza non solo nelle regole che governano la competizione, ma nella possibilità che tutti possano esercitare effettivamente i propri diritti, sia individuali che sociali ed economici, in modo da poter usufruire delle opportunità e perseguire i propri obiettivi di felicità, crescita e autorealizzazione.
Una partita di calcio tra una squadra di serie A ed una di terza categoria non sarebbe equa, pur rispettando le regole, per lo squilibrato rapporto di forze tra le squadre in campo. Il più diffuso manuale introduttivo di economia del dopoguerra, «Economia» di Paul A. Samuelson, spiegava la differenza tra i due concetti di equità in questo modo: in un’economia di mercato il cane di un ricco può ricevere il latte necessario a un bambino povero per non diventare rachitico. Le scelte di ciascuno pesano per il reddito e la capacità di acquisto differente su cui ciascuno può fare affidamento. Di conseguenza il diritto del bambino a uno sviluppo sano può essere eluso rispettando in pieno le regole del mercato. I sostenitori della prima concezione accusano spesso di ideologismo i sostenitori della seconda. Tuttavia non c’è ragione per cui la prima concezione non possa anch’essa esprimersi in termini del tutto ideologici, senza riferimenti ai dati di fatto. In un recente articolo sul Corriere della Sera del 2 gennaio, Alesina e Giavazzi hanno sostenuto che il fatto che i salari medi dei lavoratori italiani siano molto inferiori a quelli dei lavoratori europei non solleva una questione di equità, ma rispecchia la minore crescita della produttività del lavoro in Italia. Da questo punto di vista i bassi salari non sarebbero iniqui, perché riflettono le regole del gioco.
I due autori notano infatti che «i salari dipendono dalla produttività, che in Italia è cresciuta molto meno che negli altri Paesi europei». Tuttavia i due autori non si preoccupano minimamente di verificare se i dati sostengano effettivamente l’idea che la causa dei bassi salari italiani sia legata all’andamento della produttività del lavoro nel nostro paese in relazione alle altre economie.
Da una elaborazione dei dati Ameco si traggono informazioni importanti raffrontando i dati relativi alle variazioni percentuali dal 1980 al 2000 delle retribuzioni reali del lavoro e della produttività del lavoro. I dati riguardano la Germania, la Spagna, la Francia e l’Italia e partono dal decennio 1980, nel quale, in tutti i paesi considerati, i salari reali cominciano a crescere in misura minore della produttività del lavoro, cosicché la quota dei salari sul reddito comincia a diminuire. Tuttavia, negli anni Ottanta la crescita dei salari reali in Italia è superiore a quella degli altri paesi, mentre la crescita della produttività del lavoro è più omeno in linea con quella degli altri paesi (superiore alla Germania, ma moderatamente minore che in Francia e in Spagna).
La differenziazione rispetto agli altri paesi europei si concentra negli anni Novanta. Si noti bene che in questo decennio la crescita della produttività del lavoro è addirittura in Italia più alta degli altri paesi. Ma è proprio in questo decennio che i salari reali rimangono indietro in Italia, crescendo rispettivamente di 6,3, 6,69 e 9,13 punti percentuali in meno della Spagna, della Germania e della Francia. È viceversa solo nel primo decennio del 2000 che la produttività del lavoro in Italia smette di crescere, e addirittura diviene negativa, mentre negli altri paesi la crescita di questa variabile rallenta, ma rimane pur sempre positiva. In questo periodo però, contrariamente alle attese, le retribuzioni reali dei lavoratori italiani crescono, sia pure in misura moderatamente inferiore alla Spagna e consistentemente inferiore alla Francia. In Germania l’andamento dei salari reali ha addirittura un segno negativo. I dati raccontano quindi una storia ben diversa da quella narrata da Alesina e Giavazzi. La presunta causa dei bassi salari in Italia, il rallentamento e la diminuzione della produttività del lavoro, si è effettivamente verificata solo dopo il presunto effetto. Nel mondo dell’economia effetti che si verificano prima della loro causa non sono possibili. La verità è che i due economisti non hanno tenuto in considerazione uno degli accorgimenti metodologici più elementari della disciplina: la marshalliana clausola del ceteris paribus. Se tutto il resto rimanesse lo stesso, potremmo sostenere ragionevolmente che le variazioni dei salari reali siano la conseguenza delle variazioni della produttività del lavoro. Il problema è che tutto il resto non è rimasto affatto lo stesso e l’andamento dei salari nelle economie considerate è stato determinato più consistentemente dai mutamenti delle condizioni istituzionali, sociali e politiche che dalle variazioni della produttività del lavoro. Dato l’ordine temporale degli avvenimenti, non sarebbe inopportuno considerare la tesi opposta. La produttività del lavoro non è cresciuta in Italia anche perché i salari sono rimasti fermi. La tesi che la produttività del lavoro possa essere considerata una funzione proporzionale ai salari reali può scandalizzare molti dei nostri economisti ortodossi, ma in realtà è stata argomenta, in diversi contesti, da numerosi grandi economisti, a partire proprio da Adam Smith per arrivare a Joseph Stiglitz.
http://www.controlacrisi.org




Se questo è vero, agli economisti resta il compito di spiegare quali fenomeni di natura istituzionale e riguardanti la struttura industriale della nostra economia hanno portato alla concentrazione in Italia di un fenomeno come la diminuzione della quota dei salari sul reddito che, benché si sia anche verificato nella maggior parte delle economie sviluppate, nel nostro paese ha assunto, nel decennio 1990, un carattere molto più violento che altrove. Per la discussione di politica economica e politica in senso più lato, il problema della retribuzione del lavoro e della distribuzione del reddito in Italia si conferma senza dubbio un problema centrale dal quale non si può prescindere se si vuole parlare, con un minimo di cognizione di causa, di equità.

Pareggio di bilancio, un’attentato alla democrazia

  15/01/2012 di giuseppearagno
Si dice – e dev’esserci un fondo di verità – che Iddio acceca chi condanna a perdersi. Si levano da più parti lamenti scandalizzati per il referendum sulla legge elettorale che la Consulta ha giudicato inammissibile e c’è chi si mostra sorpreso per le reazioni degli immancabili “illuminati”. La verità è che da tempo immemorabile ormai, la cosiddetta “società civile” fa danni come si muove e se è onnipresente, quando la discussione si fa sulla “lana caprina”, stupisce per l’ostinato silenzio, se in gioco ci sono le questioni scomode e gli equilibri legati alle formule bieche del “politicamente corretto”. Sono anni che andiamo avanti così ed era fatale: siamo al capolinea. Dopo che Scalfari ha dato dell’imbecille a chi provava ad avanzavare dubbi sulla costituzionalità dell’operazione Monti – e il privilegio della “consacrazione” è toccato anche a me, che sul Manifesto i miei dubbi li ho esposti – appare sempre più probabile che un Dio onnipotente si sia messo all’opera per ridurci al ruolo di oche starnazzanti per la sicurezza del Campidoglio, mentre l’Urbe va a fuoco e non c’è chi provveda. Chi, se non la divina cecità dell’amore, ha spinto “Libertà e Giustizia” a ventilare non so che “sciopero del voto” e indotto, per converso, Flores d’Arcais, a quella sorta di dispetto infantile, che chiama i cittadini a votare, perché c’è una legge con cui non si può… votare?
Un rischio mortale incombe sulla vita della democrazia. Si profila all’orizzonte ogni giorno più chiaro, ma non preoccupa praticamente nessuno, non scatena indignate proteste dell’accecata – o complice? – “società civile”: la maggiominoranza di nominati che siede in un Parlamento ridotto ormai a una sorta di svergognata Camera dei Fasci e delle Corporazioni, tiene in piedi un Governo mai eletto e onnipotente – eccolo il marchingegno fraudolento – pronto a varare una “modifica” costituzionale che inserisce nella Carta il cosiddetto “pareggio di bilancio”. Nella forma tutto ha i crismi della santità, nella sostanza è una pugnalata vibrata al cuore della democrazia, un colpo mortale che cancella ogni possibile autonomia della politica e chiude le vie praticabili a qualunque serio provvedimento di tutela sociale. “Costoso” si dirà domani, eppure sacrosanto.
Quando tutto questo sarà accaduto, un buon ragioniere basterà a governare la repubblica e nessuno potrà più rimediare al danno e far sì che si torni alla situazione attuale. Quale che potrà essere la legge elettorale che avremo, e non c’è da sperare in provvedimenti miracolosi, un dato è certo, e per questo occorre ringraziare il presidente Giorgio Napolitano: non vi sarà mai una maggioranza numericamente sufficiente e politicamente alternative alla maggio-minoranza che sostiene Monti, in grado di cancellare le riforme già approvate alla Camera e al Senato in prima istanza e quelle che in un prossimo futuro Monti intende realizzare. Due terzi del Parlamento e neanche la possibilità  di reagire, raccogliendo firme per un referendum! Non c’è legge elettorale in grado di riproporre questa situazione. Per condurci a questa tragica crisi era necessario che accadesse quello che c’è passato sotto il naso, mentre manipoli di manipolati salutavano il “nuovo 25 aprile”. Gli storici diranno domani cos’è stata davvero questa seconda liberazione. A noi tocca oggi prenderne atto e denunciarlo: sarà impossibile cambiare di nuovo la Costituzione. Una via sola rimane: dar fondo alle energie, mettere assieme le intelligenze, alimentare il dissenso e costruire al più presto una straordinaria mobilitazione che sbarri il passo alla reazione e ponga fine a questa sorte di agonia della Costituzione, che apre la via a un vero e proprio omicidio di quello che un tempo chiamavamo “Stato sociale”.
Uscito su “il Manifesto” del 18 gennaio 2012.

domenica 27 novembre 2011

Perché non mi piace Mario Monti e il suo governo



In questi giorni assistiamo ad un fenomeno abbastanza inconsueto per la storia politica dell'Italia, un governo che sembra godere della fiducia della quasi totalità del mondo politico e dell'opinione pubblica. Questo consenso è stato creato e viene alimentato dai giornali e dalla tv, con una campagna martellante di disinformazione. Neanche una voce di dissenso, da “il Giornale” a “il Manifesto” o “il Fatto Quotidiano” tutti presentano Monti e il suo esecutivo come una necessità, un'esigenza che non si può fare a meno. Nessuna menzione ai contenuti, alle strategie, alle misure che saranno prese, a quello che ci sarà da affrontare. Monti e i suoi ministri vengo fatti passare come “tecnici”, apolitici, persone al di sopra delle parti, il deus ex machina capace di adottare le giuste misure che ci tireranno fuori dalla crisi.
Ma le cose non stanno così: Prima di tutto perché Mario Monti non è affatto un professore universitario lontano dalla politica e dal potere. Anzi è vicino, vicinissimo ai poteri forti. Basta consultare wikipedia per vedere che
“... Nel 2010 è inoltre divenuto presidente europeo della Commissione Trilaterale, un gruppo di interesse di orientamento neoliberista fondato nel 1973  da David Rockefeller  e membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg.
Tra il 2005 e il 2011 è stato international advisor per Goldman Sachs  e precisamente membro del Research Advisory Council del Goldman Sachs Global Market Institute...
È stato advisor anche della Coca Cola Company... ”
Non so a voi, ma a me questo curriculum non sembra incoraggiante... Se non sapete cos'è la Commissione Trilaterale oppure il Gruppo Bilderberg date un'occhiata su internet, ma non aspettatevi cose positive. 
Il 25 di novembre all'incontro di Strasburgo con Merkel e Sarkozy il nostro primo ministro ha illustrato  il percorso delle riforme strutturali che intende apportare il suo governo, riforme che la signora Merkel ha definito “impressionanti”. Sfortunatamente queste riforme non sono ancora state illustrate nei dettagli né al parlamento né all'opinione pubblica italiana. Ancora il 17 di novembre si parlava di “... attuazione delle manovre già varate durante la scorsa estate, per le quali si potrebbe valutare l’introduzione di nuove correzioni. Si prevedono interventi sul fronte del contenimento dei costi della pubblica amministrazione, accompagnati da eventuali dismissioni di parte del patrimonio pubblico. Grande attenzione sarà riservata alla lotta all’evasione fiscale, con un potenziale trasferimento delle tasse sul lavoro a quelle sui consumi e sulle proprietà. Interventi sono previsti anche per il mercato del lavoro e per il mondo delle pensioni che ad oggi presenta non poche disparità di trattamento tra i lavoratori.”
http://www.trend-online.com/prp/governo-monti-fitch-fmi/
Tutte parole generiche per non allarmare il pubblico italiano, ma dai particolari si capisce qual'è la musica che si intende suonare:
- su Il Fatto Quotidiano del 25 novembre 2011  Elsa Fornero,  spiega che i cittadini dovranno perdere diritti acquisiti
- su il manifesto del 18 novembre in un articolo di Roberto Ciccarelli si legge che “...Monti vuole una rapida e rigorosa attuazione della riforma Gelmini”.
- ma non c'è da stupirsi, basta leggere l'articolo che ha scritto lo stesso Mario Monti sul Corriere della Sera il 2 gennaio 2011
"...In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è pensato di più agli ideali che alla competitività ... . Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili."
- se poi la linea guida per le misure da adottare è la lettera della BCE indirizzata al governo italiano l'estate scorsa, allora siamo fritti, si tratta di una serie di raccomandazioni di stampo neoliberista arrabbiato, tipo diminuire i salari nell'impiego pubblico o abolire i contratti collettivi.

Secondo il mio umile parere il governo Monti è il tentativo di far passare le misure che non avrebbe osato prendere né il governo Berlusconi né qualsiasi altro governo perché perderebbe il consenso elettorale. Questo governo è stato imposto dall'Unione Europea all'Italia ed è la palese espressione degli interessi organizzati dei tecnocrati tedeschi e francesi. La sua funzione principale è quella di garantire l'accurata e meticolosa esecuzione dei diktat della BCE. Con la scusa della crisi e del risanamento del debito – che non ci sarà se non tra venti anni – prenderà una serie di misure catastrofiche e scellerate che porteranno all'impoverimento delle classi meno privilegiate, alla distruzione del welfare, alla definitiva precarizzazione del mercato del lavoro, alla svendita del patrimonio pubblico, all'affossamento dell'Italia come Paese.

venerdì 7 ottobre 2011

Il partito della gnocca



Berlusconi vorrebbe cambiare nome al suo partito e chiamarlo 'Forza Gnocca'... Sarebbe un battuta, per niente spiritosa e fuori luogo. Mi fa venire in mente un vecchio detto greco medievale che  dice: il villaggio brucia ma la puttana si pettina... 

giovedì 6 ottobre 2011

COME GUIDARE IL DEFAULT ITALIANO


di GUIDO VIALE

Il fallimento di uno Stato (il cosiddetto default) non è un evento puntuale ma un processo. L'evento puntuale è la dichiarazione con cui lo Stato comunica che non intende più o non è più in grado di pagare alcuni dei suoi debiti: cioè di rimborsare alla loro scadenza i titoli (bond) che ha emesso. L'evento può assumere varie forme: se la cosa avviene "inaspettatamente" può gettare nel caos il paese debitore, ma anche alcuni dei paesi creditori (quelli le cui banche o i cui risparmiatori hanno accumulato quei bond) e, poi, il resto del mondo; o quasi.

Oggi la cosa sembra impensabile; ma abbiamo di fronte anni di turbolenza finanziaria che renderanno sempre più difficile prepararsi a eventi del genere.

Oppure può assumere forme "pilotate", con accordi che ripartiscano gli oneri del default tra debitore e creditore, cercando di contenere i danni; può avvenire in forma parziale, attraverso la promessa di rimborsare solo una parte del valore nominale dei bond; o in forma "selettiva", differenziando l'entità del rimborso a seconda della tipologia dei creditori (garantendo un rimborso maggiore ai piccoli risparmiatori, uno minore ai grandi investitori nazionali e uno ancora inferiore o nullo a quelli esteri). Oppure può avvenire sterilizzando il debito, il cui valore nominale resta inalterato, ma il cui rimborso viene procrastinato nel tempo.

Scelte del genere non comporterebbero necessariamente "l'uscita dall'euro" degli Stati insolventi: non ci sono "procedure per farlo" - e non è una cosa semplice - e scatenerebbero una fuga dall'euro di tutti gli Stati a rischio; cioè la dissoluzione della moneta unica, gettando l'Europa in un caos anche peggiore. Inoltre, non è detto che il ritorno a una moneta nazionale comporti, per lo Stato in default, un recupero di competitività con una svalutazione e il ritorno a una bilancia dei pagamenti in equilibrio. Se il tessuto produttivo non c'è, o è inadeguato, la svalutazione non basta per togliere quote di mercato ai più forti in campo tecnologico e amministrativo: soprattutto in un mercato in contrazione, come sarà quello europeo, e mondiale, nei prossimi anni.

In ogni caso, di fronte a una stretta del credito (credit crunch) potrebbero svolgere un ruolo decisivo la creazione e la moltiplicazione di "monete" a base locale emesse, in circuiti ristretti, su basi fiduciarie. È un tema che meriterebbe maggiore attenzione. Le conseguenze delle alternative qui prospettate non sono ovviamente le stesse; ma in tutti i casi il default non è una passeggiata: una notevole contrazione della circolazione monetaria, della produzione, dell'occupazione legata alle attività in essere, dei redditi e del potere di acquisto è inevitabile, come lo sono una fuga di capitali - se le reti per intercettarli non sono adeguate - un blocco degli investimenti esteri e privati e l'impossibilità, per diversi anni, di ricorrere a nuove emissioni (cioè di fare altri debiti). Ma, a ben vedere, questi non sono che in minima parte "effetti" dell'evento default, bensì i fenomeni che lo precedono e lo preparano: sono il default come processo. Quello che stiamo vivendo.

Prendiamo il caso della Grecia. È palesemente in default da oltre un anno: da quando Papandreou ha preso atto delle condizioni in cui era stato lasciato il bilancio dello Stato. Non avrà più, per decenni, la possibilità di ripagare il suo debito, ma nemmeno di far fronte agli interessi per rinnovarlo alle scadenze. Le politiche imposte dalla "troika" dell'Unione europea (Commissione, Bce, Fmi) ne strangolano l'economia rendendo irreversibile la corsa al default. Tuttavia solo da qualche settimana alcuni economisti mainstream cominciano a dirlo e qualche politico o banchiere a prospettarlo. Gli speculatori invece lo sanno da tempo (stanno acquistando bond greci a un terzo del loro valore nominale, perché, quando il default sarà dichiarato, la Bce glieli ricomprerà al doppio). Ma allora, perché la troika non impone subito alla Grecia un default pilotato? Perché nel frattempo, con la scusa di evitarlo, la depreda; cioè, la fa depredare dalla finanza internazionale che è il suo mandante: stipendi, occupazione, pensioni, sanità, scuole, servizi pubblici, spiagge, isole, porti, tutto viene messo in vendita - a prezzi di saldo, per costituire il "tesoretto" da devolvere ai creditori; e per cedere alla finanza internazionale i beni comuni del paese. Questo è il default come processo.

E l'Italia? Siamo sulla stessa strada, a una tappa di poco precedente: ma anche il processo del nostro default è in pieno corso. Le imposizioni della Bce all'Italia sono state dettagliate nella lettera "segreta" di Trichet e Draghi, che contiene un vero e proprio programma di governo; il che manda all'aria le lamentele di coloro che attribuiscono la crisi in corso alla mancanza di un vero governo dell'Unione europea: quel governo invece c'è, eccome! Solo che non fa quello che chi ne denuncia la mancanza vorrebbe che facesse. Anzi, fa l'esatto opposto; e non per insipienza, ma per corrispondere agli interessi di chi manovra i cosiddetti mercati; che poi mercati non sono, bensì potere di vita e di morte sull'intero pianeta. Il programma di governo di Draghi e Trichet è uguale a quello che sta accompagnando la Grecia al default: privatizzazione dei servizi pubblici e dei beni comuni, taglio delle pensioni, degli stipendi e dell'occupazione nel pubblico impiego (scuola e sanità al primo posto); abolizione dei contratti, libertà di licenziare; azzeramento del deficit a suon di tasse sui meno abbienti.

Ha quel programma la minima possibilità di rimettere in sesto l'economia italiana? Di rilanciare la crescita (parola magica e assolutamente vuota in nome della quale si giustifica ogni assalto alle condizioni di vita di intere nazioni)? Dimenticando tra l'altro che la crescita (del Pil) si sta dileguando in tutta Europa e segna il passo, o sta per farlo, anche nei principali paesi "emergenti", cui era affidata la speranza di un traino dell'economia mondiale fuori dalle secche della crisi. E dimenticando, soprattutto, che un nesso tra la crisi economica e l'impossibilità di una crescita illimitata in un pianeta finito ci deve pur essere (ma si contano sulle dita di una mano, anche tra gli economisti non mainstream, quelli che se ne ricordano). L'economia italiana, quand'anche raggiungesse il pareggio di bilancio con le manovre decise e quelle ancora da fare (cosa improbabile), avrebbe pur sempre 70 miliardi di interessi da sborsare ogni anno (il 5 per cento del Pil); in più, per rispettare il patto euro-plus, dovrebbe recuperare ogni anno il 5 per cento del 40 per cento del suo debito (40 miliardi circa: un altro 3 per cento di Pil): una cura da cavallo a cui anche un tessuto produttivo come quello italiano - che pure ha potenzialità maggiori di quello greco - non potrà che soccombere. In un mondo percorso da continue turbolenze finanziarie e da una crescita evanescente, l'economia italiana non potrà mai raggiungere performances sufficienti a centrare obiettivi del genere. Il default come processo è quindi in corso. Certo la situazione potrebbe cambiare se cambiassero le regole di governance dell'euro. Se la Bce emettesse gli eurobond (ma forse non basterebbe); se potesse creare moneta come fanno le vere banche centrali; se l'Unione europea adottasse politiche fiscali comuni a tutti gli Stati; se si varasse subito una consistente Tobin tax; se... Ma non sta succedendo nulla di tutto ciò; e niente lascia pensare che succeda. A meno che...

A meno che gli Stati messi alle corde - come hanno fatto banche e assicurazioni nel 2008 - non prendano atto che il coltello dalla parte del manico ce l'hanno i debitori e non i creditori, perché sono too big to fail, mettendo in campo la vera alternativa del momento: quella tra il default come processo e il default come evento, fatto compiuto. Allora sì che l'Europa correrebbe ai ripari! Certo ad adottare una politica del genere non sarà l'attuale governo, né quello che si sta allenando a bordo campo con la benedizione di Confindustria: quella che ha coccolato per diciassette anni Berlusconi dimostrando - tra l'altro - di essere un allenatore da strapazzo. Questa alternativa è un varco obbligato per chiunque accetti di dare voce alle forze, sempre più ampie, sempre meno disperse, sempre più transnazionali, che ieri dicevano «la vostra crisi non la paghiamo» e che oggi hanno tradotto questo comune sentire in un obiettivo preciso: «il debito non si paga!» Certo un obiettivo del genere non basta: ci vogliono anche non grandi opere per rilanciare la crescita, come è nella proposta degli eurobond e negli sproloqui di Confindustria, bensì programmi di conversione ecologica: promozione delle energie rinnovabili, efficienza energetica, agricoltura e mobilità sostenibili, riciclo totale nella gestione di risorse e rifiuti, manutenzione del territorio e rinaturalizzazione di quello non costruito, accoglienza e istruzione per tutti e tutte le età, ricerca mirata alla conversione; e poi, reperimento delle risorse "mettendo le mani nelle tasche" di quegli italiani che Berlusconi e Tremonti hanno protetto per anni; e azzerando gradualmente produzioni e opere inutili o dannose. Ma se non si affronta in modo radicale il nodo del debito, la politica scompare (anzi, non ricompare più) perché vuol dire che si accetta come fatto compiuto il trasferimento della sovranità dal popolo ai "mercati".

Guido Viale
Fonte: www.ilmanifesto.it
5.10.2011


http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20111005/manip2pg/15/manip2pz/311090/
http://www.comedonchisciotte.org/site//modules.php?name=News&file=article&sid=9093


sabato 1 ottobre 2011

Come si riscrive la Storia



Non basta rivalutare la Repubblica di Salò con iniziative di dubbio valore, c'è chi si spinge oltre: ecco un deputato (Fabio Garagnani, Pdl ovviamente)  che sogna di abolire la festa del 25 aprile. Non c'è neanche bisogno di spiegare il perché per i suoi interlocutori è ovvio: è una festa che divide il Paese, non permette di storicizzare il passato, anche l'altra parte aveva le sue ragioni, ecc.
Invece del 18 aprile che propone lui, io sarei un po' più sincero e proporrei di ripristinare la festa del 21 aprile punto e basta (durante il ventennio il 21 aprile si festeggiava il Natale di Roma e la Festa dei lavoratori in sostituzione del primo maggio). Così risolviamo anche il caso di un'altra festività odiosa.


Abolire il 25 aprile? Il governo dice sì al Pdl Garagnani
Il Giornale di Vicenza
29/09/2011
ROMA
Sostituire la festa nazionale che celebra ogni anno il 25 aprile la Liberazione con il 18 aprile, a ricordo della storica vittoria elettorale della Dc contro socialisti e comunisti nel 1948. La proposta è contenuta in un ordine del giorno alla Camera del deputato del Pdl Fabio Garagnani, che fa sapere che il governo lo ha «accolto come raccomandazione». Ma siccome la forma talvolta è sostanza, a prescindere dalla convinzione del deputato Pdl, una raccomandazione parlamentare accolta dal governo non impegna poi alla sua attuazione: sarà ora palazzo Chigi a decidere se tradurre la raccomandazione in proposta di legge o trasformare in lettera morta l'aspirazione del deputato della sua maggioranza. Politicamente, però, l'iniziativa parlamentare esiste e tanto è bastato a suscitare scandalo e indignazione. «Il 25 aprile non si tocca», dice il Pd Ettore Rosato, «e dunque l'accoglimento "come raccomandazione" da parte del governo del suo ordine del giorno è praticamente carta straccia. Resta un gesto politico vigliacco del governo».
«L'accoglimento di un ordine del giorno che impegna il governo a sostituire la festività del 25 aprile con quella del 18 aprile 1948», commenta l'Idv Silvana Mura, «dimostra che alcuni esponenti del Pdl che dicono di ispirarsi alla Dc sono quanto di più lontano dai valori di quel partito, che della Resistenza fu parte importante». Il leghista Fabio Rizzi dice che «la storia è storia: il 25 aprile 1945 fu la sconfitta del nazifascismo, grazie agli Alleati, al Cln e al sollevamento popolare».
http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Italia_e_Mondo/292288__abolire_il_25_aprile_il_governo_dice_s_al_pdl_garagnani/


Fabio Garagnani,  Ettore Rosato,  Silvana Mura, Fabio Rizzi, Democrazia Cristiana