Visualizzazione post con etichetta immigrazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta immigrazione. Mostra tutti i post

martedì 23 novembre 2010

PENA DI MORTE PER I LADRI, MA SOLO SE SONO STRANIERI

TREVISO (18 novembre) - «Gli sciacalli vanno fucilati. Bisogna dare alle forze dell'ordine l'autorità di provvedere all'esecuzione sul posto. Ci vuole la legge marziale». Così ha dichiarato il presidente della Provincia di Treviso Leonardo Muraro, nella sua intervista alla tv locale Antennatre a proposito del dramma del Veneto alluvionato. «In questi casi sono per la pena di morte» ha voluto insistere il presidente della Lega commentando il fermo di tre serbi trovati con la refurtiva razziata nelle case alluvionate del padovano.
(fonte: http://www.corriereadriatico.it/articolo.php?id=127247)



«Se si invoca la legge marziale per chi commette un furto – dice Simonetta Rubinato, deputato del Pd - allora bisognerebbe ‘fucilare’ anche quei politici che vengono arrestati per aver compiuto delle ruberie a danni dei cittadini, un malcostume che fatti recenti dimostrano essere ancora presente anche in qualche amministratore veneto»
http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/politica/2010/18-novembre-2010/muraro-sciacalli-maltempo-sono-fucilare-posto-1804197459968.shtml

Il bello è che leggendo i commenti dei lettori del “Corriere del Veneto” vedo che a grande maggioranza giustificano il politico leghista, con varie sfumature che vanno dalla difesa d'ufficio all'indottrinamento nazista, comunque il problema viene considerato come se fosse una conseguenza dell'immigrazione, non come una calamità naturale per la quale magari si devono cercare le cause e le negligenze.

Immigrazione, Veneto, Treviso, Leonardo Muraro, Corriere del Veneto, Corriere Adriatico Simonetta Rubinato

domenica 14 febbraio 2010

Erikoussa a Manhattan: emigrati a New York negli anni ‘50


Su http://gazikapllani.blogspot.com/ ho trovato questo pezzo che ho tradotto alla meglio e riporto qui. Non è certo un’opera letteraria, ma mi sembra una significativa testimonianza dalla quale si possono trarre molti spunti per riflettere…

“…
Dr Spyros Orfanos, psicoanalista e ricercatore, direttore dell’University Psychoanalytic Clinic dell'Università di New York, nel suo "Diario delle frontiere” racconta i suoi viaggi esistenziali e quelli dei suoi genitori ...

"Sono nato nel 1951 a New York. In un posto chiamato French Hospital, che non esiste più. Allora gli ospedali erano confessionali, principalmente ebraici o cattolici... "
Gli immigrati avevano timore di andare negli ospedali 'normali', perché controllati dalla gente del posto, i bianchi protestanti anglosassoni. Quindi i vari gruppi etnici avevano creato i propri ospedali e le loro scuole. Sono cresciuto a Manhattan, in un condominio popolare, destinato a gente povera. Eravamo al quinto piano, accanto a noi c’era una famiglia serba e una di Puerto Rico. Il gabinetto era fuori dall'appartamento. Sono cresciuto in un quartiere povero, proletario. C’era molta gente che veniva dai balcani, il quartiere era chiamato “la città greca”, all’ottava Avenue tra la 23ma e la 34ma strada. C'erano drogherie greche, bar notturni e una grande chiesa ortodossa, Aghios Eleftherios.

Mio padre è arrivato in America illegalmente. È scappato dalla nave dove lavorava come operaio a Baltimora nel 1948. Molti dei miei parenti erano venuti in America nello stesso modo. Mi ricordo ancora i poliziotti dell’Ufficio Immigrazione (i “preti” come li chiamavano i greci) che li venivano a cercare. Li prendevano, li mettevano in prigione e in seguito venivano espulsi dal Paese. Era terribile. Alcuni tornavano. Mio zio, lo zio Giannis, è stato preso ed espulso cinque volte. Alla sesta volta ce l’ha fatta. Di solito gli espulsi oppure chi voleva entrare illegalmente negli Stati Uniti andava a lavorare come operaio o mozzo nella marina mercantile (era semplice allora). Dopo mesi oppure anche anni di viaggio, prima o poi la loro nave attraccava ad un porto statunitense, New York o New Orleans. Coglievano quindi l’occasione, di solito durante la notte, scappavano dalla nave ed entravano in America...

Mio padre non parlava mai di questa sua esperienza, dovevo chiederglielo io. Parlava però con i suoi amici. Dalle conversazioni dei grandi mi rimane la sensazione di paura verso i poliziotti dell’Ufficio immigrazione. Solo quando sono diventati cittadini americani questa paura si è affievolita. Mi ricordo ancora che i miei genitori e i miei parenti si sentivano ansiosi e terrorizzati di fronte ai funzionari pubblici, ai timbri, alle pratiche e le procedure per ottenere certificati. C’era sempre il timore che qualcosa potesse andare storto. Qualche volta, adesso, con amici e conoscenti che vivono in America come immigrati faccio la battuta: "Mi faccia vedere i documenti!", mi fermo però subito. Perché mi ricordo che per la mia famiglia questa era la paura più grande. Che qualcuno li potesse fermare per strada e chiedere: 'Posso vedere i vostri documenti? ". A quel tempo i greci non erano benvenuti. Le porte per gli immigrati che venivano dai Paesi Mediterranei erano chiuse ermeticamente. A meno che uno non venisse dai Paesi del Nord Europa. La xenofobia e il razzismo imperavano, era in vigore la politica del contingentamento (per ogni Paesi veniva stabilita una quota massima di immigrati, nota mia). Le porte si aprirono di nuovo nel 1964. Ci sono state due grandi ondate di immigrati greci in America. La prima dal 1890 fino al 1924 e la seconda negli anni ‘60 fino ai primi anni '70. Mio padre è venuto tra queste due ondate, quando la maggior parte dei greci entrava in America illegalmente.

Mio padre e mia madre sono nati e cresciuti in una piccola isola di Corfù, la Erikousa, dove l'Adriatico incontra il Mar Ionio. Erano già sposati, quando mio padre è venuto in America. Mia madre è venuta qui per rimanere incinta e poi tornare all'isola ma non è più tornata. Mio nonno, il padre di mia madre, era venuto molti anni prima in America ed aveva ottenuto l cittadinanza americana. Aveva un piccolo ristorante a Manhattan, "Pure Food» si chiamava. Oggi lo vedo dalla finestra del mio ufficio presso la clinica dell’Università di New York dove sono direttore. I miei genitori non parlavano l’inglese, forse perché non volevano essere assimilati. Hanno vissuto con il sogno di tornare in patria.


Fino all’ età di sette anni non parlavo inglese. I miei mi hanno mandato alla scuola greca. Mi ricordo la mia insegnante, la signora Filippa. Era una narratrice incredibile. Quando sono andato alla scuola americana, gli insegnanti pensavano di avere a che fare con un ritardato mentale, perché non parlavo inglese. Poi qualcuno ha detto: "Ma se è così bravo in aritmetica, non può essere ritardato”. Amavo la scuola. Mio padre aveva fatto solo le elementari. Ma mi ha insegnato la tavola pitagorica. È stata la prima volta che mi sono sentito vicino a lui. Mio padre lavorava per tutto il giorno senza riposo. Faceva il fornaio. L’ho visto andare in vacanza per la prima volta nel 1959. Siamo partiti insieme e siamo andati in Grecia, a Erikousa. Ci sono voluti sette giorni di viaggio con "Queen Frederica". Erano undici anni che non vedeva sua madre. Ereikoussa allora non si poteva trovare sulle mappe, solo su quelle militari. Gli isolani che emigravano vivevano sempre con l’ansia di non poter mai più tornare indietro. Pur non essendo mai stato lì, conoscevo tutto sull’isola. Posso dire che per me Manhattan era un prolungamento di Erikoussa. Mia madre mi parlava continuamente della sua isola, quanto era bella e meravigliosa. Mi parlava in particolare del periodo dell’occupazione tedesca e del terrore che incutevano i nazisti. Gli isolani hanno perso la loro innocenza allora. Prima erano pescatori e marinai. Con l'occupazione tedesca, il volto terribile del mondo esterno ha invaso la loro casa. Quando hanno occupato l’isola gli italiani, non si erano spaventati, forse perché la maggior parte di loro parlava italiano. La famiglia di mia madre ed altre famiglie hanno nascosto degli ebrei che venivano da Corfù, dove che i tedeschi li perseguitavano con ferocia. Anni più tardi, a Manhattan, abbiamo ricevuto una telefonata, una signora chiedeva di con i miei genitori. Non so in che modo avesse trovato il numero di telefono dei miei. Era una delle figlie di una famiglia di ebrei che si era nascosta nell’isola. Il suo nome era Sarah e viveva in California. Mi ricordo ancora l'emozione e la gioia dei miei genitori, mentre parlavano con lei …”

Dall'Albania solo belle ragazze


Leggo sui giornali di ieri l’altro e riassumo:

“… ROMA – 12/02/2010 A Roma si è firmato quest’oggi l'accordo di partenariato strategico tra Italia e Albania. Il premier italiano, Silvio Berlusconi, ha ricevuto a Palazzo Chigi il primo ministro albanese, Sali Ram Berisha. ‘L'Italia è molto interessata alla possibilità di progetti di centrali nucleari in Albania’, ha annunciato il premier. ‘L'Albania - ha spiegato Berlusconi - ha un programma ambizioso per diventare un centro di produzione di energia. Berisha - ha riferito il premier - mi ha illustrato tutta una serie di progetti che riguardano sia le energie tradizionali, sia la rigassificazione di gas liquido, le centrali termoelettriche e la possibilità anche di centrali nucleari. L'Italia è molto interessata. Tutto questo - ha concluso - rende molto interessante questa collaborazione, e credo che ci sarà molto da fare in questa direzione’.
Il premier albanese dopo aver espresso ‘profonda gratitudine, per l'opera della Protezione civile italiana in occasione delle recenti alluvioni che hanno colpito il Paese’ ha affermato: ‘Non vogliamo più morti albanesi nel canale di Otranto o flussi criminali verso l'Italia’. Parole a cui ha fatto eco Berlusconi, stemperando i toni con una battuta sullo stop agli sbarchi: ‘Faremo un'eccezione per chi porta belle ragazze’. Parole ironiche, poco pesate da Berisha, ma che hanno scatenato la polemica dell’opposizione sullo ‘spirito da caserma’ del Cavaliere. …”
Non so come è stata presentata questa faccenda in tv, i telegiornali trovano spesso il modo di smussare gli angoli, attenuando oppure ignorando i particolari che possono risultare imbarazzanti per il governo. Non posso dunque che dare ragione a Paolo Brutti dell’Idv quando dice che Berlusconi e Berisha «hanno deciso di riconsegnare l'Albania all'Italia, come avvenne alla fine del Ventennio. La bella idea è quella di fare dell'Albania la pattumiera dell'Italia, dove si può fare liberamente ciò che in Italia non si può fare: impiantare i pericolosissimi rigassificatori, costruire centrali nucleari e magari scaricarci anche le scorie radioattive di Palermo».
Non mi è piaciuta per niente la battuta sulle “belle ragazze albanesi”. Si sa molto bene chi porta le belle ragazze albanesi in Italia e a quale scopo. Si può scherzare su questi argomenti, essere così offensivi in un’occasione così formale? Non credo proprio, ma ormai siamo abituati a spiritosaggini di cattivo gusto da parte del nostro primo ministro. In un altro Paese sarebbe successo il finimondo, qui da noi la cosa passa quasi inosservata… che tristezza…

domenica 31 gennaio 2010

Meno immigrati - meno criminalità


Berlusconi: “Meno immigrati significa meno criminalità". Questa la frase di Berlusconi pronunciata ieri, mentre parlava coi giornalisti, dopo il Consiglio dei Ministri, fatto a Reggio Calabria per approntare il piano per combattere le mafie. "I risultati sui nostri contrasti all’immigrazione clandestina sono molto positivi", una "riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali" ha detto il Premier. Le sue parole hanno provocato indignazione tra gli italiani e all'estero hanno colpito i giornalisti, in particolare quelli di lingua francese e spagnola, tanto che all'argomento viene data importanza più che al pacchetto antimafia e più che alla questione dei capelli di Berlusconi, che apparendo e scomparento dal cranio del Premier hanno suscitato battute, a volte al vetriolo, sulla stampa di lingua inglese.” leggo su IN DIES del 29/01/2010
indies
Lo stesso giorno su “Libero” a pagina 16 la frase viene riportata così: «Il Cav ha i numeri:”Meno stranieri meno reati”»…
Ma non è la prima volta che il Primo Ministro si esprime così, cercando su internet ho trovato questo articolo sulla chiusura della campagna elettorale del Pdl a Milano, giugno scorso:
Milano Today di Redazione - 05/06/2009
Berlusconi: "A Milano sembra di stare in Africa"
Berlusconi a Milano per chiudere la campagna elettorale di Podestà:
Il premier Berlusconi ha partecipato ieri sera alla chiusura della campagna elettorale del candidato del Popolo delle Libertà Guido Podestà. Ma come suo solito il Presidente del Consiglio ha sollevato diverse polemiche. A conclusione del suo intervento al Palaghiaccio infatti, Berlusconi ha paragonato Milano ad una città africana “per il numero di stranieri che ci sono”. Il premier ha poi proseguito sostenendo che “c’è chi vuole una società multietnica e multicolore, ma noi non siamo tra questi”.
oppure su
“Il Giornale” del 5 giugno 2009
«La sinistra vuole frontiere spalancate e un paese multiculturale. Noi, in sintonia con il popolo, non siamo d’accordo. Ci ricordiamo di quando eravamo emigranti ma tuteliamo la legalità». Silvio Berlusconi tocca il tema caldo di Milano, dove il candidato Pdl e Lega Guido Podestà punta a mandare a casa l’uomo della sinistra che apre ai clandestini.
«È intollerabile che a Milano ci sia un numero di presenze non italiane per cui non sembra di essere in una città italiana o europea ma in una città africana» continua Berlusconi: «Questo noi non lo accettiamo».

Dunque per Berlusconi gli “stranieri”, gli “extracomunitari” e gli “emigrati clandestini” sono la stessa cosa, “presenze non italiane” da allontanare in quanto portatrici di criminalità e di degrado, oppure ho capito male?
Alessandro Gilioli nel suo interessantissimo blog “Piovono rane” gilioli sempre del 29/01/2010 commenta: “… siamo in campagna elettorale, lui è alleato-concorrente del partito i cui leader urlano «Padania bianca e cristiana» e «pulizia etnica contro i bambini dei zingari», quindi quel che ha detto ha scopi chiari a tutti, e cioè gli immigrati ci stanno sulle balle, non vogliamo un’Italia multietnica etc.
Se voleva dire solo «extracomunitari», si tratta di un razzista molto eccentrico e anomalo, perché attribuendo la tendenza alla criminalità a tutti coloro che hanno un passaporto non Ue porta a dedurre, ad esempio, che un norvegese tenda a delinquere più di un romeno, tesi che forse farebbe rizzare i capelli a più d’uno tra i suoi elettori.
Se invece intendeva dire che a delinquere di più sono gli irregolari – o clandestini che dir si voglia – il cavaliere ha ammesso quel che tutti sappiamo da anni: e cioè che – se non viene loro data la possibilità di regolarizzarsi – molti immigrati finiscono nei giri della criminalità. Ovvio: chi (in quanto clandestino) non può essere assunto regolarmente da nessuna parte neanche se ha due lauree, ha la scelta se finire schiavo a Rosarno o spacciare hashish in piazza Vetra… “.
Su “Repubblica” dello stesso giorno ho letto che mentre la maggioranza dei reati viene commessa da extracomunitari, cosa che può creare allarme per quanto riguarda la sicurezza, sul totale delle denunce, l'87% riguarda proprio la mera condizione di clandestinità: il reato commesso da 4 stranieri su 5 denunciati riguarda insomma l'essere stati sorpresi in Italia senza permesso di soggiorno e dunque la violazione delle leggi sull'immigrazione. Non mi interessa comunque condannare o assolvere una categoria di persone come “inclini alla delinquenza” perché sprovviste di passaporto italiano o europeo, esistono le forze dell’ordine che hanno il compito di reprimere il crimine, mi interessa capire come e perché i nostri governanti arrivano al punto di esprimersi – e pensare - in modo così volgare.
Si fa presto a parlare male della società multietnica e dimenticare i lati positivi della presenza di questi stranieri in Italia. Io personalmente non saprei come fare senza una badante per mia madre, senza la signora che viene a fare le pulizie, senza il collaboratore esterno che va a fare i lavori noiosi presso i nostri clienti, ecc. non credo che un italiano accetterebbe di fare questi lavori. Secondo i dati di Caritas Migrantes e Ismu, gli extracomunitari sono il 7,2% della popolazione in Italia e producono il 10% del Pil nazionale. Gli immigrati versano ogni anno all'Inps sette miliardi di euro e pagano al Fisco una cifra che supera i 3,2 miliardi di euro. Il che vuol dire che una parte della pensione che percepiscono i nostri pensionati viene pagata da questi maledetti stranieri, che non avranno mai una pensione dallo Stato Italiano, perché in media dopo una decina d’anni tornano nel loro Paese d’origine e non esistono convenzioni bilaterali di sicurezza sociale con i Paesi extra-europei (solo con il Brasile, la Turchia e la Tunisia) vedi il sito dell’ INPS INPS pensioni Paesi extracomunitari
L’altro giorno ho visto dopo anni u film di Francesco Rosi, “I magliari” del 1959, con Renato Salvatori e Alberto Sordi, che mi ha fatto venire in mente la disputa sugli emigrati – criminali. Il film racconta la storia di un giovane toscano emigrato in Germania, dove si mette a lavorare come apprendista “magliaro” per conto di un malvivente napoletano, in un mercato (Hannover) che deve ancora essere strappato dalla concorrenza della mafia polacca. Cosa voleva dire fare il “magliaro”? vendere stoffe porta a porta usando metodi truffaldini senza ovviamente nessuna licenza o autorizzazione, senza permesso di soggiorno e spesso senza documenti. Il film in modo ironico e amaro, ci racconta una storia che oggi potrebbe avrebbe come protagonisti degli extracomunitari in Italia. Ma la nostra memoria è corta, vogliamo dimenticare il nostro passato perché ci fa sentire a disagio, ci ricorda che fino a qualche anno fa eravamo anche noi dei poveri cristi, visti male e compatiti dai “veri” europei…
Tornerò sull’argomento.